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 cielo... di Franco Paparone
 
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Dobbiamo capire che la tavola piena di cibi succulenti è stata imbandita nei miliardi di anni che ci hanno preceduto, e che, se ciscuno pensa solo a mangiare e non a seminare, non resterà niente per nessuno.

Franco Paparone
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Franco Paparone (del 08/11/2006 @ 20:33:47, in GIOVANI, linkato 819 volte)


Quando ci relazioniamo con gli altri, siamo abituati a considerarli per il titolo che possiedono, o per il posto che occupano nella società.
Così noi trattiamo con il Dottore, con l’Avvocato, con l’Onorevole, col Monsignore, con sua Eccellenza reverendissima…

Anche nella vita di tutti i giorni parliamo con l’impiegato, con il cameriere, con il barista, con il vicino di casa… Difficilmente siamo capaci di andare al di là degli incarichi per incontrare la persona e comprenderla come tale.

D’altra parte, chi ha un titolo, una responsabilità o un posto, difficilmente si fa trattare più da persona che da titolare. Ha fatto tanti sacrifici ed ha chiesto buone raccomandazioni per arrivare a conquistare una posizione, raggiunta la quale finalmente può dire agli altri cosa fare, è degno di ammirazione e di rispetto a tal punto che in certe occasioni ammonisce: “lei non sa chi sono io!”.

Anche nella famiglia, dopo molti anni che si sta insieme, spesso succede che non ci si comprende, o peggio, non ci si conosce. Anche lì, infatti, la relazione con il papà e la mamma è con il loro ruolo: lavorare, mantenere la famiglia, pulire, far da mangiare… Stessa cosa può avvenire tra marito e moglie, che hanno i loro doveri coniugali e con i figli, quando sono usati dalle aspirazioni dei genitori. Pure nella cerchia più intima i fidanzati hanno i loro ruoli e gli amici, se sono tali, devono comportarsi in un certo modo.

Raramente si vede nell’altra persona una creatura che ha idee, sentimenti e un vissuto che sentirebbe più leggero se avesse la possibilità di essere compresa come amica.

Nonostante la differenza di età, di esperienza, di cultura, di mentalità, la vita potrebbe essere più umana; basterebbe non pretendere; basterebbe non essere falsi, né recitare ruoli, né vestirsi di autorità; basterebbe ascoltarsi fino in fondo e comprendersi con tutto il cuore; basterebbe vedere, aldilà dei titoli e delle mansioni, quello che uno è: una creatura che ha un corpo con i suoi limiti, imperfezioni e capacità, un’anima con la sua sensibilità, un suo travaglio interiore e le sue qualità, un vissuto con le sue difficoltà e necessità, con i suoi momenti belli e brutti.
 
Di Franco Paparone (del 30/04/2006 @ 21:02:32, in GIOVANI, linkato 810 volte)
 

Tutti siamo desiderosi di essere felici e di goderci la vita, ma sono pochi quelli che veramente giungono a realizzare questo desiderio, non per sfortuna né per mancanza di occasioni, ma perché si è distratti o avidi.

Distratto è chi non si rende conto di quello che ha ogni istante, per esempio che può respirare, godendo dell’aria che gli permette di vivere, e di sentirla, fresca e benefica quando, come venticello, lo accarezza nelle giornate calde.

Distratto è chi, svegliandosi al mattino, insonnolito, non gode di essere vivo e del fatto che il suo corpo funzioni, permettendogli di liberarsi dei suoi rifiuti. Non gode del fatto che i suoi occhi vedano, che le sue orecchie sentano, che il suo cervello capisca, che i suoi arti si muovano…

Distratto è chi si è abituato a tutto quello che ha e non lo apprezza più, pur sapendo che se venisse a perdere una sola cosa, la sua vita cambierebbe, poiché la salute non si compra.

Distratto è chi non gode della pioggia, del sole, del vento, del mare, della montagna, lamentandosi piuttosto che riconoscerne il valore.

Avido è chi non ha tempo di fermarsi a gustare quello che ha, perché, nel momento presente, vive, pensa e desidera quello che ancora non ha. Egli pensa ad accumulare, a collezionare, a ingrandire. Non vive e non gode.

Avido è chi non vede aldilà del proprio naso e della propria comodità, e mentre usa, sfrutta e spolpa i beni di questo mondo, lascia dietro di se scarti e spazzatura per gli altri e per i posteri.

Poi c’è la pubblicità, che mostra la felicità concretarsi nell’uso di un cellulare, nel mangiare un tipo di pasta, nel mettersi un profumo, nel vestirsi con un capo firmato, nel godersi la natura in un luogo particolare…

Poi c’è il piacere vietato ai minori di 18 anni, fatto di lenti spogliarelli, di noiose carezze e di amplessi interminabili.

Godersi la vita significa viverla, senza distrazioni, senza avidità, senza inganno, senza esagerazione.
Poiché non ci si disseta, annegandosi, ne ci si scalda, bruciandosi.
 
Di Franco Paparone (del 28/03/2006 @ 15:21:58, in GIOVANI, linkato 951 volte)
 

Come facciamo a sapere se amiamo la verità oppure no?
Spesso amiamo la verità quando dobbiamo dirla agli altri, mentre abbiamo molti alibi per non amarla quando sono gli altri che ce la proclamano. Non la accettiamo perché non tutto quello che ci dicono è vero, oppure perché il modo in cui ce lo dicono non è delicato, oppure perché le cose dette vengono da un pulpito sbagliato.

La verità può trovarsi in un sola pagina di un libro, può essere contenuta in una frase di un lungo discorso, può celarsi in una sola tra le molte critiche che ci fanno… Se amiamo la verità la cerchiamo, la riconosciamo e l’abbracciamo dappertutto. Non la rifiutiamo perché otto cose su dieci non sono vere. Non la rifiutiamo perché proviene da chi è nemico o peccatore, di un’altra religione o di un’altra cultura. Non la rifiutiamo perché viene detta gridando o insultando. Se la rifiutiamo, alla nostra vita mancherà sempre quella luce. E noi abbiamo bisogno di conoscere la verità tutta intera. ...

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Di Franco Paparone (del 17/03/2006 @ 20:35:01, in GIOVANI, linkato 798 volte)

   

C’è un momento nella vita di tutti i bambini, spinti dalla loro curiosità, in cui cominciano a chiedere il “perché” di ogni cosa, e, ottenuta la risposta, domandano ancora il perché di quella risposta… Un po’ per gioco, un po’ sul serio, si arriva al punto in cui neanche i grandi sanno cosa rispondere e dicono: “perché sì”.

Ognuno di noi dovrebbe chiedersi spesso perché fa una cosa, perché dice delle cose o perché le dice in un determinato modo, perché prende quelle decisioni, perché reagisce in quel modo, perché ha delle preferenze e delle simpatie, dei pregiudizi e delle antipatie, perché crede o perché dubita, perché è paziente con alcuni e con altri no… La lista è lunga, poiché il “perché” può essere applicato a tutte le cose che pensiamo e facciamo, dalle più banali alle più importanti.

Chiederci perché, potrebbe aiutarci a capire chi siamo. Se avessimo la semplicità e l’obiettività di rispondere, avremmo l’impressione di guardarci allo specchio, con la differenza che a volte potremmo avere la sorpresa di non riconoscerci; eppure, è ciò che appariamo agli altri, e, cosa più seria, è ciò che, pezzo dopo pezzo, va completando il puzzle della nostra vita e del nostro modo di essere.

Potremmo capire come molti modi di fare e di dire sono ereditati dalla famiglia, o appresi dalla società, o presi dal gruppo che ci piace; che altri modi sono reazioni, a volte esagerate, al modo in cui gli altri ci trattano; come pure che certi modi sono espressioni di paure, di ansie, di pregiudizi.
Potremmo prendere coscienza di chi siamo veramente, di cosa vogliamo veramente e di quanto, di quello che diciamo e facciamo, fa parte di noi, è veramente nostro ed è veramente quello che vogliamo.
Allora quel “perché?” suggerito dalla curiosità infantile, diventerebbe specchio che riflette la nostra immagine, e la genuinità della risposta potrebbe diventare quella verità che andiamo cercando nella vita. ...

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Di Franco Paparone (del 13/03/2006 @ 19:58:24, in GIOVANI, linkato 795 volte)

   
Nessuno schema imprigiona l’essere umano, se questi non vuole.
In ogni epoca e a qualsiasi età, in ogni cultura e luogo geografico, alcuni soggetti seguono la moda nel vestire, nel pensare e nei sentimenti; altri sono crudeli, approfittando della loro forza, del loro potere, del loro stato sociale, della loro posizione privilegiata; altri ancora sono umani che obbediscono al loro cuore, che trovano normale trattare gli altri come se stessi e versare lacrime dai propri occhi per le disgrazie altrui.

L‘esistenza di questi umani nella stessa società o nella stessa cultura, nello stesso periodo storico o nella stessa fede religiosa, toglie agli altri ogni alibi capace di giustificare la loro crudeltà e meschinità.
Proprio perché possiede la libertà ogni persona può: riprogrammarsi la vita, essere diversa, non farsi condizionare, rinnegare le esperienze negative, ricredersi, cambiare, sviluppare le qualità nascoste, coltivare il meglio di se.

Dedicarsi alla fiducia, alla speranza, ai valori che promuovono la fratellanza universale, la giustizia, la pace… (abbattendo i muri di pregiudizi, di ignoranza, di intolleranza, di tutto quello che fa escludere gli altri dalla stessa mensa della vita) è come suonare certe note, sapendo che possono vibrare anche nell’altro e fargli sentire una musica nuova.
Già, una musica, perché anche questa, che sia classica o moderna, popolare o jazz, rock o blues, è un linguaggio. Come esistono varie lingue, ed ognuna è buona per esprimere con parole: odio o amore, elogi o insulti, falsità o verità, critiche o proposte, serenità o agitazione, vendetta o perdono, ira o pace… allo stesso modo, attraverso ogni genere musicale, si può esprimere e far venir fuori il meglio o il peggio di noi.

“Ognuno raccoglie quello che semina”, questo vale nella vita privata, ma nella vita sociale ci tocca raccogliere anche quello che altri hanno seminato e noi possiamo amplificare o soffocare la loro musica, a seconda che la accettiamo o no. Noi possiamo e dobbiamo fare le nostre semine.

 
Di Franco Paparone (del 09/03/2006 @ 14:38:09, in GIOVANI, linkato 808 volte)
L’uomo nasce nudo ed ha bisogno di vestiti per proteggersi dal freddo, essi però non gli servono solo per coprirsi, ma come fattore decorativo con i quali adornare se stesso, specialmente nei giorni di festa o nelle grandi occasioni.

L’uomo ha inventato molte divise dentro le quali mettere se stesso; con alcune ha voluto farsi identificare dentro una qualifica o un gruppo: dalle divise dei militari a quelle delle commesse, da quelle dei monaci a quelle dei magistrati, da quelle degli impiegati statali a quelle degli infermieri… con altre ha voluto proteggersi dai pericoli, a seconda del mestiere; con altre ancora ha voluto esprimere il valore di chi le indossava.

Sono molte le persone che hanno bisogno di una divisa per sentirsi qualcuno; dentro di essa si sentono speciali, scelte, piene di potere, di dignità… alcune, piene di bellezza, di simpatia, di bravura… altre.
La divisa esprime molto bene il loro animo e il loro modo di trattare gli altri. Come si fanno rispettare! Come si fanno obbedire! Come si fanno ammirare, acclamare, applaudire ed osannare!

La laurea, la carica, il posto di responsabilità… sono un privilegio che pongono alcuni nella crema della società. Meritevoli o no, c’e tanta voglia di apparire, di essere importanti, rispetto alla massa anonima e priva di valore.
I giovani e soprattutto i ragazzi hanno bisogno di un vestito alla moda, dentro il quale sentirsi come gli altri, dentro il quale non sentirsi diversi e quindi esclusi. Mentre gli adulti preferiscono un vestito particolare, unico, con il quale distinguersi dagli altri, possibilmente in meglio. Il vestito è un linguaggio, con il quale ognuno dice quello che ha dentro.

Ci sono persone che sanno un solo ritornello e lo ripetono senza fine per tutta la vita, in ogni situazione in cui si trovano: “Tu non sei come me! Spostati che passo io! Io non sono come te! Non ti voglio nella mia fortuna! Io sono più importante! Io valgo di più! Io sono migliore! Io posso di più!”
 
Di Franco Paparone (del 05/03/2006 @ 15:24:54, in GIOVANI, linkato 823 volte)

    

La natura non fa le cose in serie e questo è meraviglioso, perché ognuno è unico, ma, nella storia dell’umanità, il fatto che siamo diversi ha generato molte conclusioni sbagliate.
Già sotto lo stesso tetto i fratelli mettono in competizione queste diversità, fino a divenire rivali. Quantitativamente e a volte qualitativamente si pretende una uguaglianza che la natura ignora.
Le conseguenze sono invidia e gelosia di quello che l’altro è ed ha, rifiuto e intolleranza nei riguardi dei suoi comportamenti.

Se ognuno è un essere unico, nella vita deve cercare di scoprire ed essere solo se stesso. Non può recitare la parte degli altri, poiché desiderando di essere diverso finirebbe per esserne una caricatura.
Che senso ha il desiderio di un ciliegio di diventare un castagno? o pretendere che tutti gli alberi abbiano la stessa zolla di terra per vivere? ...

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Di Franco Paparone (del 05/03/2006 @ 01:36:53, in GIOVANI, linkato 779 volte)

Un terremoto devasta un paese, alcune persone si prodigano per prestare soccorso e cercare i dispersi, vengono chiamati volontari; altre persone approfittano della situazione per cercare oro, oggetti preziosi, denaro… vengono chiamati sciacalli.

Com’è diverso il comportamento delle persone! non solo nella vita di tutti i giorni, ma anche in momenti particolari, come una guerra, una carestia, un disastro, un incendio. Ci sono coloro che percepiscono le necessità degli altri e, senza che nessuno li chiami, sono solidali con loro e non indugiano a fare tutto il possibile per aiutarli, rischiando e a volte perdendo la vita. Ci sono coloro che in ogni situazione colgono le occasioni per guadagnare: in una guerra vendendo armi, in un disastro pensando come impossessarsi dei fondi per la ricostruzione, in una carestia come far propri i viveri destinati a tutti. ...

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