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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Interviste di un Marziano
- Chi sei? - Sono un avvocato! - E cosa fai? - Difendo i miei assistiti! - I colpevoli o gli innocenti? - Questo non ha importanza. Sono miei assistiti e il mio dovere è che non siano condannati, o, nella peggiore delle ipotesi, che ricevano il minimo della pena. Nel caso sia palese la loro responsabilità, ci sono tanti modi, in mano a chi conosce bene la legge e i suoi cavilli, per poter ottenere questo minimo. - Dunque assistere un colpevole ed ottenere che la faccia franca o che ottenga il minimo possibile della pena ti da molta soddisfazione? - Certamente, la bravura di un avvocato è a 360°. Mi chiamano e mi pagano per questo. - E se una persona è innocente, ma ha pochi soldi? - Ci sono altri colleghi! Comunque anche loro, secondo le loro capacità, difendono sia gli innocenti che i colpevoli. D’altronde tutti sono innocenti finché non se ne dimostri la colpevolezza.
- E tu chi sei? - Sono un soldato! - Cosa fai? - Obbedisco agli ordini! Sparo quando me lo dicono e faccio il mio dovere! - Sei un ottimo soldato se esegui gli ordini e rispetti la disciplina. - Certamente, così è pure per i miei superiori, che, se portano a buon fine la loro missione, ottengono medaglie e promozioni. - Un soldato è fatto per difendere offendendo, cioè facendo la guerra, giusto? - Sempre è stato così! Sin dai tempi antichi. Ti immagini Alessandro magno, Cesare, Gengis khan, Napoleone, ecc. senza soldati a seguito? - Già, non avrebbero combinato granché, eppure ad essere ricordati sono solo loro e non voi. Erano loro i comandanti e condottieri, gli artefici delle strategie di lotta, ma a morire eravate voi. - Un soldato è fatto per combattere e morire! - Anche i vostri superiori, sono bravi se obbediscono, anche se l’ordine è di fare stermini e genocidi. La coscienza è tranquilla se si obbedisce. Proibito valutare, pensare, opporsi. Giusto?

SPIRITUALITA’ DELLA NATURA Espiritualidad de la naturaleza
E’ perché sei nato piccolo che proteggi i piccoli e non brami la grandezza. E’ perché sei nato incapace di difenderti che ti prendi cura di chi è indifeso e rifiuti la prepotenza. E’ perché sei nato nudo che ti prendi cura di chi è nudo e non sopravvaluti il lusso. E’ perché sei nato affamato che ti prendi cura di chi ha fame e sete e rifiuti lo spreco. E’ perché sei nato debole che aiuti i deboli e non scegli la violenza. E’ perché non vuoi il tuo male, che non glielo auguri agli altri. E’ perché hai imparato dagli altri che insegni agli altri ciò che sai fare. E’ perché il tuo corpo non ti inganna che non inganni gli altri.
E’ perché respiri gratis che dici no alla speculazione, all’usura, alla truffa, e dici si alla solidarietà, al volontariato, all’altruismo. E’ perché sei creatura che dici no ai privilegi e alle differenze sociali e dici si alla all’uguaglianza e alla fraternità. E’ perché hai bisogno degli altri, che dici no ai razzismi, agli egoismi, all’odio e dici si all’ospitalità, alla condivisione, alla conoscenza. E’ perché quando muori non ti porti via nulla, che dici no alle conquiste, all’accumulo indiscriminato e dici si alla semplicità, alla gratitudine, alla socialità.
Sii come l’acqua: ristora chi ha sete, lava chi è sporco, vivifica chi è arido, leviga ciò che è spigoloso, scendi in basso, sii limpido e semplice. Sii come l’acqua: adattati con morbidezza al contenitore che ognuno possiede, senza perdere la tua identità; se ti contengono, fermati; se ti lasciano, apriti la strada. Fa tutto questo come l’acqua, semplicemente perché è acqua, non perché è supplicata. Sii vita per tutti come l’acqua, ma non uccidere nessuno annegandolo, perché sai bene che anche la tua furia può essere mortale.
Sii come il fuoco: illumina il buio, scalda chi è gelido, cuoci ciò che è crudo. Sii come il fuoco: trasmetti la tua fiamma se non vuoi spegnerti, guarda verso l’alto per trovare nuovo ossigeno ed alimentarti. Fa tutto questo come il fuoco, semplicemente perché è fuoco, non perché è temuto. Accogli e scalda ogni vita come fa il calore del fuoco, ma non uccidere nessuno bruciandolo, perché sai bene che anche il tuo furore può essere letale. ... Continua a leggere...

Ci sono tanti modi di essere e di vivere, ma fondamentalmente tutte le varianti si possono sintetizzare in due principali atteggiamenti: quello che include e quello che esclude gli altri dalla propria vita. Le cose più sacrosante le chiamiamo “valori” e, quando riguardano la vita dell’essere umano, diciamo che sono “diritti” fondamentali, cui nessuno si può sottrarre dal rispettare.
Spesso, parlando di valori o di diritti, si citano testi autorevoli presi dal Diritto, dalla Morale, dalla Religione, dalla Costituzione, dalla Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo; è come dire: “prima che esistesse un comandamento o una legge che dichiarasse omicidio l’uccisione del simile, ciò era lecito”. D’altronde, come “non è l’abito che fa il monaco”, non sono le leggi scritte che assicurano la loro interiorizzazione nel cuore dell’uomo e, quindi, la certezza che siano applicate, sia tra i singoli che tra le nazioni. Non basta fare le leggi, occorre farle rispettare, sempre e da tutti.
Le mie riflessioni partono da ciò che è sotto gli occhi di tutti: la Natura. Nel suo modo di nascere, crescere, organizzarsi ed evolversi ho ravvisato le radici dei nostri diritti. Essi non sono un optional o un lusso per pochi privilegiati, ma il modo di essere che la Natura ha. Chi la imita capisce le ragioni profonde dei suoi diritti e dei doveri verso gli altri; capire queste ragioni può facilitare il cammino reale della giustizia e della pace in tutti gli ambiti della vita sociale.
Questo “Quaderno” mette in evidenza ciò che viviamo in modo naturale e ovvio, come il respirare gratis o l’aver bisogno degli altri, per mostrarne la contraddizione con certe scelte economiche e politiche. Nel secondo Quaderno verranno evidenziati i diritti umani fondamentali, tra enunciazioni e realtà storiche, tra affermazioni e violazioni, tra ipocrisie e concretizzazioni.
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Senza parole... 

...O controcorrente. Per giungere a gustare il tutto non cercare il gusto in niente; per giungere alla conoscenza del tutto non cercare di sapere qualche cosa in niente; per giungere al possesso del tutto, non voler possedere niente; per giungere ad essere tutto, non voler essere niente.
Per venire a ciò che non godi, devi passare per dove non godi; per giungere a ciò che non hai, devi passare per dove non sai; per giungere al possesso di ciò che non hai, devi passare per dove ora niente hai; per giungere a ciò che non sei, devi passare per dove ora non sei.
Quando ti fermi in qualche cosa, tralasci di slanciarti verso il tutto; per giungere interamente al tutto, devi totalmente rinnegarti in tutto; e quando tu giunga ad avere il tutto, devi possederlo senza voler niente.
In questa povertà lo spirito trova il suo riposo poiché, non desiderando niente, niente lo appesantisce verso l'alto e niente lo spinge verso il basso, poiché sta al centro della sua umiltà. San Giovanni della Croce

NON PENSAVO Non pensavo che io dovessi essere come l’aria: non si vede, ma può essere respirata da tutti. Non pensavo che io dovessi essere come l’acqua: non ha una sua forma, ma prende quella del vaso che ognuno possiede.
Ora so perché devo essere trasparente come l’aria: così potrà passare liberamente la luce del giorno. Ora so perché devo essere senza forma come l’acqua: così potrà bere liberamente ognuno nel suo bicchiere.
Scrissi questa canzone anni fa per descrivere l’atteggiamento che trovavo giusto nella relazione con gli altri. In questi giorni leggendo Il Libro del Tao Tê Ching, mi ci sono ritrovato in pieno. Opera di Lao-tse, nato intorno al 570 a. C. è considerata come una delle vette del pensiero cinese. Tao è uno stile di vita, la via maestra che si riflette sia nel macrocosmo (l'organizzazione perfetta dell'universo) che nel microcosmo (stile di vita di ognuno di noi, l'arte di compiere ogni attività). Così è scritto nel capitolo “Tornare alle qualità naturali”:
"Il sommo bene è come l'acqua: l'acqua ben giova alle creature e non contende, resta nel posto che gli uomini disdegnano (Gli uomini detestano i luoghi bassi, umidi, sporchi, impuri: solo l’acqua vi permane scorrendo tranquillamente ). Per questo è quasi simile al Tao. Nel ristare si adatta al terreno, nel volere s'adatta all'abisso (L’acqua sprofonda nel cavo e nel vuoto) nel donare s'adatta alla carità (Le creature desiderano l’acqua per vivere. Essa dà al vuoto, non al pieno) nel dire s'adatta alla sincerità (Nell’acqua le immagini sono riflesse) nel correggere s'adatta all'ordine (L’acqua lava e leviga) nel servire s'adatta alla capacità (È capace di essere quadrata o rotonda, storta o dritta, a seconda delle forme) nel muoversi s'adatta alle stagioni (D’estate si scioglie, d’inverno si raggela) Proprio perché non contende (Se l’ostacoli s’arresta, se la liberi fluisce. Obbedisce e fa come vogliono gli altri) non viene trovata in colpa". Tao Tê Cing, VIII, Tornare alle qualità naturali
Altri temi sulla Natura: OSSERVA: Lezioni della Natura

“Quanto mi date perché io ve lo consegni” Questo il proposito di Giuda, uno dei 12. Tradimento per soldi? Ammesso che c’erano altri motivi, il guadagno era al primo posto, anche se il Tradito, come lo stesso Giuda ammette, era innocente.
Per chi fa della vita un commercio finalizzato al guadagno, tutto ha un prezzo, anche la vita dell’uomo, anche Dio. Per interessi economici si fanno le guerre e si discriminano le razze. Per interessi economici non si condannano Nazioni come la Cina quando viola i diritti umani, non solo dei Tibetani. Si tace o ci si trincera dietro semplici parole di risentimento, quando, per amore della tranquillità e del salvare le apparenze l’ordine è: “A morte i dissidenti”.
Evviva il commercio, abbasso la vita umana! Oggi più che mai è così. A Gesù toccò cacciare i mercanti anche dal tempio, ridotto a una spelonca di ladri, col benestare delle autorità religiose che ci speculavano sopra. Si pretendeva purificare la propria vita sacrificando gli animali, quando già i Profeti avevano detto chiaramente che il vero sacrificio gradito a Dio era la giustizia e la misericordia. Giustizia per chi ha dei diritti sacrosanti e misericordia per chi ha sbagliato.
Dio cerca veri adoratori, in spirito e verità, non nel commercio che è idolatria, né nell’inganno. Giustizia, cioè rispettare i diritti di ogni essere umano e misericordia , cioè soccorrere le necessità di ogni essere umano. Questo è il vero culto a Dio. La fede che non si vede, si traduce in azioni concrete.
La Settimana Santa comincia con un tradimento per soldi da parte dell’amico che mangiava alla stessa mensa. Gli Scribi e i Farisei ipocriti, come pure il sommo Sacerdote, avevano i loro motivi per eliminare Gesù, a cominciare dall’invidia.
Per celebrare in spirito e verità quegli avvenimenti dobbiamo rinnegare l’idolatria del guadagno e impegnarci per la giustizia e la misericordia.

“Se do da mangiare ai poveri, mi chiamano santo. Se chiedo perché i poveri non hanno da mangiare, mi danno del comunista”. Dom Hélder Cámara, Arcivescovo di Recife, Brasile (1909-1999).
Perché esistono i poveri e perché esistono i ricchi? Perché hanno avuto sfortuna i primi e fortuna i secondi? Per destino? Perché i poveri sono sfaticati mentre i ricchi hanno iniziativa? Forse un pizzico di queste motivazioni sono vere, ma la vera ragione è un’altra ed è importante conoscerla poiché, avendo parlato di diritti umani, molti di essi sono sacrificati proprio dall’economia. Chi, pur avendo la fortuna di lavorare ha un salario ingiusto, cioè misero o insufficiente, non solo non potrà permettersi il lusso di costruirsi una casa, ma neppure di pagare un affitto, finendo spesso in catapecchie fredde d’inverno e calde d’estate che minano la salute di tutta la famiglia, soprattutto quella dei bambini. La povertà non dà possibilità di accedere adeguatamente alla cultura e chiude la famiglia in problemi così grandi che anche il rapporto di coppia, per durare, deve gridare al miracolo. I diritti alla salute, alla casa, alla cultura, a realizzare se stessi, a costruirsi una famiglia, se ne vanno tutti in fumo, solo perché è venuto meno un diritto, quello al giusto salario.
Se alcuni sono pagati pochi spiccioli, altri con il minimo consentito dallo Stato, mentre altri hanno la possibilità e la libertà di scegliere la loro parcella professionale e altri ancora quasi non hanno prezzo, tanto valgono, è normale che il risultato finale è diverso: povertà da una parte, agiatezza nel mezzo, ricchezza dall’altra. Se ognuno ha dei diritti fondamentali ed uguali a tutte le altre persone, ebbene può goderli e raggiungerli solo se, oltre all’impegno ha anche le possibilità economiche. Lo stipendio, il salario, il guadagno minimo deve permettergli di mantenere una famiglia, di potersi fare una casa, di poter viaggiare e conoscere altri popoli. Invece, nella maggior parte dei casi basta per alcuni a non morire di fame, per altri a non pretendere troppo dalla vita, per altri a farsi una casa dopo tutta una vita di sacrifici.
C’è una DIGNITA’ che ogni lavoratore ha e che il suo salario non sta dimostrando. C’è una UGUAGLIANZA che i lavoratori hanno e che la differenza, anche sproporzionata, tra salari, non sta dimostrando. Se un di più deve esistere per chi ha motivi per meritarsi di più, questo non deve prescindere da un minimo dignitoso per tutti, che non è quello che PER LEGGE oggi esiste. E’ il caso di rivedere i criteri su cui ci si basa per stabilire i salari di un qualsiasi operaio che svolga bene il suo lavoro, basato sul permettergli di vivere una vita dignitosa, cioè non povera, non stentata, non incapace di pagare un affitto, di mantenere una famiglia, di far studiare i figli. E’ il caso di premiare, non solo le qualità, le professionalità, le specialità, ma anche la fatica usurante e le situazioni a rischio.
Il tema dei salari è sempre esistito, basta leggere ciò che la Bibbia stessa riporta, a dimostrazione di quello che era un modo di comportarsi a quell’epoca, per esempio: “Chi offre a Dio ciò che ha rubato ai poveri, è come chi uccide un ragazzo sotto gli occhi di suo padre. Chi rifiuta il salario all’operaio è un assassino. ( Sir. 34,24-27) Sia egli un vostro connazionale o uno straniero, ogni giorno gli darete la sua paga prima che tramonti il sole”. ( Dt. 24,14-15 ). “Non tenerti fino all’indomani la paga di quelli che hanno lavorato per te. Non far aspettare a nessuno i suoi soldi”. ( Tb. 4,14 ) “Il Signore dell’universo annunzia: Verrò in mezzo a voi per il giudizio, a testimoniare contro quelli che diminuiscono ingiustamente il salario del lavoratore”. ( Ml. 3,5 ) “Se presti denaro al povero, non devi fare l’usuraio: non puoi imporgli interesse”. ( Es. 22,24-25. Dt. 24,13 )
Nell’Enciclica “Rerum Novarum” del 15 Maggio 1891, così descriveva la situazione Leone XIII: “Le mutate relazioni tra padroni ed operai, l'essersi accumulata la ricchezza in poche mani e largamente estesa la povertà, ci muove a trattare questo argomento. Avvenne che poco a poco gli operai rimanessero soli e indifesi in balia della cupidigia dei padroni e di una sfrenata concorrenza. Accrebbe il male un'usura divoratrice di ingordi speculatori. Si aggiunga il monopolio della produzione e del commercio, tanto che un piccolis-simo numero di straricchi hanno imposto all'infinita moltitudine dei proletari un gioco poco meno che servile.
Questi sono i doveri dei capitalisti e dei padroni: rispettare la dignità della persona umana, non abusarne a scopo di guadagno, non imporgli lavori sproporzionati alle forze o mal confacenti con l'età e con il sesso. Principalissimo poi tra i loro doveri è dare a ciascuno la giusta mercede. Il determinarla secondo giustizia dipende da molte considerazioni: ma in generale si ricordino i capitalisti e i padroni che le umane leggi non permettono di opprimere, per propria utilità, i bisognosi e gli infelici, né di trafficare sulla miseria del prossimo. Defraudare poi la dovuta mercede è colpa così enorme che grida vendetta al cospetto di Dio. “Ecco, la mercede degli operai... che fu defraudata da voi, grida; e questo grido ha ferito le orecchie del Signore “ (Giac 5,4). Da ultimo è dovere dei ricchi non danneggiare i piccoli risparmi dell'operaio né con violenza né con frodi o usure.
Tocchiamo ora un punto di grande importanza: la quantità del salario; essa, si dice, la determina il libero consenso delle parti: sicché il padrone, pagata la mercede, ha fatto la sua parte, né sembra sia debitore di altro. Si commette ingiustizia solo quando o il padrone non paga l'intera mercede o l'operaio non presta tutta l'opera pattuita; e solo a tutela di questi diritti, e non per altre ragioni, è lecito l'intervento dello Stato. A questo ragionamento, un giusto estimatore delle cose non può consentire né facilmente né in tutto; perché esso non guarda la cosa sotto ogni aspetto; vi mancano alcune considerazioni di grande importanza. Il lavoro è l'attività umana ordinata a provvedere ai bisogni della vita e specialmente alla conservazione: mantenimento che è un dovere imprescindibile imposto dalla natura. Ora, se si guarda solo l'aspetto della personalità, non v'è dubbio che può l'operaio pattuire una mercede inferiore al giusto, può, volendo, contentarsi di un tenue salario o rinunziarvi del tutto. Ben diversa è la cosa se con la personalità si considera la necessità: due cose logicamente distinte, ma realmente inseparabili. Infatti, conservarsi in vita è dovere, a cui nessuno può mancare senza colpa. Di qui nasce, come necessaria conseguenza, il diritto di procurarsi i mezzi di sostentamento, che nella povera gente si riducono al salario del proprio lavoro. L'operaio e il padrone allora si accordino sulla quantità della mercede; vi entra però sempre un elemento di giustizia naturale, anteriore e superiore alla libera volontà dei contraenti, ed è che il quantitativo della mercede non deve essere inferiore al sostentamento dell'ope-raio. Se costui, costretto dalla necessità o per timore di peggio, accetta patti più duri i quali, perché imposti dal proprietario o dall'imprenditore, volenti o nolenti debbono essere accettati, è chiaro che subisce una violenza, contro la quale la giustizia protesta”.
Don Primo Mazzolari scrisse, nel 1957, sul quindicinale “Adesso” una “lettera ai vescovi della Val Padana”, specificando le condizioni di vita dei salariati: “Questi i fatti: …Più che rivoltosi, i salariati e i braccianti son gente avvilita, in cerca di un bene familiare più che di classe, disposti a qualsiasi dimissione, pur di sistemarsi. Nel loro avvilimento, di origine economica, morale e politica, c'é parecchio risentimento e parecchia avversione verso il " padrone " che non li tratta sempre bene: verso il Governo che li trascura e facilita invece le migliorie di altre categorie: verso i " preti " che non li tutelano abbastanza e che " sono di là ". Queste le considerazioni: …
Limitiamo le nostre osservazioni sulla disparità di trattamento da parte degli Istituti previdenziali e assistenziali dello Stato nei confronti dei lavoratori dell'industria, come se il contadino fosse un lavoratore di scarso rendimento, un cittadino di secondo bando, un uomo minore. La paga del bracciante é di circa L. 163 all'ora). Il caropane, in ragione di L. 30 al lavoratore, L. 20 per la moglie, L. 20 per ogni figlio sotto gli anni 14 e per ogni genitore a carico, in relazione ad ogni giornata di lavoro, non viene corrisposto dal 90% circa dei datori di lavoro. Circa il 75 % di essi segnano sul Libretto di Lavoro del bracciante un numero di giornate diffalcato del 30 % rispetto a quelle effettivamente eseguite. Nel caso poi di lavoratori celibi, il numero delle giornate subisce una falcidia del 70% . Per ogni giornata segnata in meno al lavoratore, il datore di lavoro risparmia Lire 229.07, ed il bracciante perde gli assegni famigliari, che in agricoltura sono la metà di quelli dell'industria… Questo discorso è antieconomico, ma siccome queste disuguaglianze sono antiumane e antipolitiche, a lungo andare ne soffre anche l'e-conomia, perché l'uomo è il centro dell'economia. Il governo ora vede, ora non vede. E quando mostra di vedere, gli legano le mani con la produttività e con gli altri miti, che mettono in soggezione persino dei ministri, che si dicono gli assertori della dottrina sociale della Chiesa. E poi, fan questione di bilancio: non ci stan dentro, e intanto si buttano via 32 miliardi annui per la gente del Cinema e del Tea-tro, che vien pagata a milioni.”
OGGI il potere di acquisto è la metà di quando c’era la lira, perché il salario dei dipendenti è rimasto sempre quello, ma i prezzi di qualsiasi cosa sono più che raddoppiati. Logicamente chi ha potuto, per stare al passo si è raddoppiata la parcella. Il divario tra ricchi e poveri è molto più netto perché le fasce medie scompaiono. La soluzione che propongono gli impresari e i politici è: “meno tasse alle imprese, più soldi al lavoratore se lavora di più, così si mette in moto l’economia”.
Nessuno parla di riportare il rapporto tra salari e prezzi com’era con la lira. Si pensa di non tassare le ore di straordinario, però può nascere l’inganno di mettere in regola l’operaio per meno ore ed il resto delle ore farlo risultare come straordinario; comunque se vuole guadagnare di più deve lavorare di più. Oggi si vive la globalizzazione del mercato, ma essa arricchisce pochi se prima non diventa una realtà la globalizzazione dei salari in tutto il mondo! Basta pensare a quanto guadagnano i minatori e in quali condizioni lavorano; basta pensare quanto guadagna, dopo 12 o 18 ore di lavoro, quella manodopera a buon mercato che anche molti imprenditori occidentali sfruttano, per abbassare i costi di produzione, in paesi dove i diritti dei lavoratori non esistono neppure sulla carta, e magari, questi imprenditori hanno il coraggio di sentirsi benefattori perché danno lavoro, o si sentono con la coscienza tranquilla perché a sfruttare i lavoratori sono i loro stessi connazionali.
Non è solo nel terzo mondo, ma anche in Italia, specialmente nel sud, che i datori di lavoro si sentono “benefattori” e come tali vogliono essere trattati per il solo fatto che danno lavoro. Non sono tutti così, ma molti si sentono giusti perché danno il “minimo sindacale”, però non chiedono il minimo sul lavoro. Dicono: “Ti posso dare questo, se non ti sta bene cerca altrove”; sapendo che ce ne sono tanti che aspettano dietro la porta. Gli incentivi, i premi produzione, i corsi di aggiornamento sono cose dell’altro mondo. Le qualità, la professionalità, l’impegno del singolo, non sono né apprezzate né considerate. Si parla della libera concorrenza, del libero commercio, della libera imprenditorialità e del libero saperci fare, e si trascurano, come se non esistessero, le paghe minime, le ore di straordinario non retribuite, le sicurezze fatiscenti, in barba ai diritti che una volta non c’erano e oggi, tranne poche eccezioni, sono solo sulla carta, perché i controlli sono pochi e spesso sono superficiali o di parte, anzi, in essi, si invitano i lavoratori a venire incontro alle esigenze del datore di lavoro, collaborando a lavorare di più senza pretendere di più. I sindacati non difendono i lavoratori, ma le aziende. I commercialisti, lavo-rando per le aziende, propongono tutte le strategie per evadere il più possibile e in tutti gli ambiti. Alla fine della sua attività lavorativa sfruttata, il lavoratore riceve come premio la beffa di contributi versati solo in parte. L’altro aspetto riguarda il prezzo dei prodotti. In genere chi li fa o li produce è pagato poco; i contadini e gli allevatori, lavorandoci tutto l’anno, al momento di venderli prendono molto meno di chi sempli-cemente li distribuisce.
Il COMMERCIO è l’anima di tutto, per cui l’importante è guadagnare molto. Ognuno lo fa a modo suo, salvaguardando i propri sacrosanti interessi, specialmente dalle posizioni privilegiate come quelle delle banche, delle imprese, delle multinazionali, dei politici, dei professionisti affermati. Un medico può pensare più a fare soldi che a curare, un’impresa può lesinare sui materiali da costruzione per guadagnare di più. In ogni mestiere ognuno può sfruttare le occasioni e le capacità che ha per guadagnare di più o arricchirsi, senza badare alla qualità del suo lavoro. E’ logico che chi vuole far soldi, aspira alle occasioni migliori. Il professore che cambia libri ogni anno lo fa solo per il bene degli alunni? Quando il medico prescrive un esame o un farmaco, pensa solo al bene del paziente? Proprio quando il consiglio si veste di “au-torità”, come quello di un medico, di un avvocato o di uno speciali-sta, diventa più difficile dubitare e stare in guardia. Se un politico fa una legge o un’opera pubblica, se un chirurgo fa una operazione, se un Ente Assicurativo propone una polizza, e tutti loro hanno la mentalità di “guadagnare soldi”, è lecito dubitare che le loro proposte siano state suggerite più dalla loro tasca che dal bene comune.
Il GUADAGNO è il motore di ogni bravura e di ogni impegno! E gli ideali? E la passione? E i talenti? Togliamo il guadagno e vediamo cosa rimane! Quando gli Inglesi inventarono il sequestro e la vendita dei neri come schiavi da trasferire nel nuovo mondo, non lo fecero perché erano razzisti, ma perché avevano il senso degli affari e del guadagno, commerciando manodopera. Il razzismo fu la conseguenza di un modo di trattare i neri, nato da quel senso degli affari che ha bisogno di mettere una parte dell’umanità ai suoi piedi. Mentre è giusta la presunzione di innocenza finché non si dimostri il contrario, visto che la maggior parte delle persone non è rea di misfatti, riguardo alla ricchezza direi che chi è straricco debba lui dimo-strare che la sua abbondanza è onesta, visto che la ricchezza non è facilmente raggiungibile dalla maggior parte delle persone. Nessun predatore uccide quando non ha fame, ma l’essere umano, nella vita, accumula oltre ogni futuro bisogno, mi domando, perciò, se è giusto e sensato che non ci debba essere UN LIMITE ALL’ACCUMULO.
E’ sensato che un essere umano si possa arricchire all’infinito, solo perché ci sa fare? Soprattutto se pensiamo che la democrazia è una conquista ardua ed è più facile che i soldi comandino: comprando le armi per fare colpi di Stato, per eliminare i nemici, per ricattare. In Democrazia ogni potere si amministra a nome e in favore di tutti i cittadini, similmente ogni ricchezza, fatta salva l’autorealizzazione e quel limite all’accumulo, dovrebbe essere vissuta ed amministrata a favore della società e dell’umanità. I diritti del singolo finiscono dove cominciano quelli degli altri e dove il non senso e’ palese. Come non piace a nessuno la dittatura politica, non dovrebbe piacere a nessuno la dittatura economica di chi vuole arricchirsi senza limiti. Guadagnare è un diritto, rubare è un reato. Ma chi ruba? Ruba chi si impossessa di ciò che appartiene agli altri. Ruba chi vende o presta un bene a un prezzo eccessivo. Ruba chi stima o compra un bene o un lavoro a un prezzo minore. Ruba chi risparmia sulla pelle degli altri. Ruba chi guadagna sulla pelle degli altri. Ruba chi non paga tut-to il dovuto ai suoi operai. Ruba chi, pagato per lavorare, non fa bene tutto quello che deve fare. Ruba chi non rispetta le cose degli altri e le rovina. Stiamo rubando agli affamati tutto ciò che serve loro per non morire di fame. Resta da stabilire quando un accumulo è insensato, per il singolo, per una impresa, per una banca, per una multinazionale. E’ insensato che un uomo, solo perché ha i mezzi per estrarre petrolio, o perché ha i soldi per comprarsi la terra intera possa dire: “Io sono il padrone del mondo, perché ho comprato la terra con un legale contratto!
”. Un Albero di un bosco chiamò gli uccelli e fece testamento: “Lascio i fiori al mare, lascio le foglie al vento, i frutti al sole e poi tutti i semi a voi; a voi, poveri uccelli, perché mi cantavate le canzoni nella bella stagione. E voglio che gli sterpi, quando saranno secchi, facciano il fuoco per i poverelli. Però vi avviso che sul mio tronco c'è un ramo che dev’essere ricordato alla bontà degli uomini e di Dio. Perché quel ramo, semplice e modesto, fu forte e generoso: e lo provò il giorno che sostenne un uomo onesto quando ci si impiccò”. Trilussa. “Er testamento d’un arbero”.
PRESENTAZIONE Ci sono tanti modi di essere e di vivere, ma fondamentalmente tutte le varianti si possono sintetizzare in due principali atteggiamenti: quello che include e quello che esclude gli altri dalla propria vita.
Mi sono sentito in dovere di mettere in comune le poche cose che ho capito nella vita, e le esprimo animato da un solo principio: quello della COERENZA o della non contraddittorietà. Principio che non solo è alla base del ragionamento scientifico e filosofico, ma anche di quello dell’esperienza, che mal sopporta gli ipocriti.
Le cose più sacrosante le chiamiamo “valori” e quando riguardano la vita dell’essere umano diciamo che sono “diritti” fondamentali, cui nessuno si può sottrarre dal rispettare. Spesso, parlando di valori o di diritti, si citano testi autorevoli presi dal Diritto, dalla Morale, dalla Religione, dalla Costituzione Italiana, dalla Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo; è come dire: “Prima che Copernico scoprisse che la terra girava intorno al sole era il sole che girava intorno alla terra”, allo stesso modo, parafrasando: “prima che esistesse un comandamento o una legge che dichiarasse omicidio l’uccisione del simile, ciò era lecito”.
D’altronde, come “non è l’abito che fa il monaco”, non sono le leggi scritte che assicurano la loro interiorizzazione nel cuore dell’uomo e, quindi, la certezza che siano applicate, sia tra i singoli che tra le nazioni. Non basta fare le leggi, occorre farle rispettare, sempre e da tutti. Nessuna nazione al mondo può dire che dentro i suoi confini, di fatto, la legge è uguale per tutti, che al suo interno non ci sono discriminazioni tali da produrre privilegiati, furbi, ricchi da un lato ed esclusi, emarginati, poveri dall’altro. Per non parlare di quelle Nazioni che ancora oggi torturano, imprigionano e ucci-dono chi la pensa diversamente.
Le mie riflessioni partono da ciò che è sotto gli occhi di tutti: la Natura. Nel suo modo di nascere, crescere, organizzarsi ed evolversi, ho ravvisato le radici dei nostri diritti. Essi non sono un optional o un lusso per pochi privilegiati, ma il modo di essere che la Natura ha. Chi la imita si libera dai pregiudizi e dai fanatismi, frutto degli interessi di parte, per essere semplicemente se stesso e, capendo da dove derivano i suoi diritti, cerca di mettere in pratica i suoi doveri, poiché gli uni e gli altri sono le due facce di una stessa medaglia. ... Continua a leggere...
L'inverno, in Sicilia, veste di giallo la terra, come a scaldare il cuore, gli occhi, la vita di chi, il sole sente più freddo, più lontano. Lei che di sole si è nutrita d'estate, del sole, innamorata, ne mostra il colore.

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