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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Passeggiando col mio cane passavo molto tempo ad osservare il suo modo di fare e spesso a rifletterci sopra. Ammiravo il suo fisico, la bellezza dei suoi contorni, le espressioni del suo volto ed il suo movimento. La festa che ogni volta fa il mio cane quando mi vede mi ha fatto pensare al valore della presenza.
Esistere è il Dono di essere presente e ogni cosa, esistendo, fa un solo regalo, quello della propria Presenza. Mi piace osservare i bambini di pochi mesi quando appare la mamma che stava nell’altra stanza o il papà che torna dal lavoro, essi manifestano la loro allegria con tutto il corpo; non sanno parlare, ma sanno riconoscere un volto, una presenza che rappresenta tutta la loro sicurezza, la loro vita, la loro felicità. Peccato che questo dono della presenza degli altri non lo valutiamo e non lo gustiamo abbastanza durante la nostra vita, se non in rari casi, come per esempio quando una persona cara ci viene a mancare perché se ne va a vivere lontano o perché muore, oppure quando, innamorati, si ha nostalgia della persona amata.
Presenza per mezzo dei sensi. Al mio cane piacciono le coccole, vuole essere toccato e accarezzato e a sua volta ricambia questo desiderio leccandomi con cura. Se a volte sono sbrigativo e me ne vado, egli mi chiama. Il tatto. Il calore del contatto, fa sentire veramente vicini, fa assaporare la condivisione dell’esistenza. Attraverso il contatto, mentre diamo, riceviamo e ci apriamo alla reciprocità. Quando mancano gli altri sensi, esso non ci fa sentire soli e abbandonati: penso ai neonati che possono riconoscere la mamma solo da come vengono presi e toccati e penso ai malati incapaci di parlare anche con gli occhi, cui non resta che il contatto con le mani per sentirsi in compagnia e aiutati. Fa parte del tatto, lavare e pulire il bambino o l’ammalato, stringere la mano, abbracciare, accarezzare, baciare senza per forza doverlo collocare dentro un contesto di piacere o di unione sessuale.
L’odorato. Guardando il mio cane annusare, non solo ne ammiravo le capacità olfattive, ma pensavo che anche noi da piccoli, come tanti altri animali, riconosciamo la mamma più dall’odore che per mezzo della vista o del ragionamento. Già, ogni esistenza, ogni presenza ha un suo odore come ha una sua fisionomia, ma anche se non abbiamo le capacità naturali del cane, trascuriamo questo aspetto, almeno volontariamente, tranne nella scelta di un profumo con cui spruzzarci. Disprezziamo l’odore naturale al pari di preferire all’acqua le bibite gasate, eppure ogni esistenza ha il suo odore come pure ogni stato patologico ed ogni malattia. Anche se la percezione della presenza dell’altro tramite l’odorato sembra trascurata, ciò nonostante esso muove non solo gli animali, ma anche noi verso ciò che chiamiamo simpatico, attraente, piacevole.
L’udito. Il mio cane percepisce la mia presenza prima ancora di vedermi, avvolte credo che “annusi” la mia vicinanza, altre volte che “oda” il mio passo o la mia voce o il rumore della mia macchina in lontananza. Ognuno ha il suo modo di camminare, una sua “rumorosità” che non è solo timbro vocale ma anche modo di parlare e di esprimere idee e sentimenti. La presenza si fa suono e questo diventa dolce melodia per l’amico o per l’amato.
La vista non è tutto! Vedere, senza la capacità di distinguere e riconoscere, diventa un insipido folklore. Quando la presenza dell’altro diventa per noi importante perché stiamo vivendo una “adozione” reciproca che ci fa prendere cura l’uno dell’altro, in un’esperienza che ci fa famiglia, compagni, amici, innamorati, allora vedere l’altro diventa gioia. Ognuno ha un suo gesticolare, un suo modo di porsi nello spazio ed il corpo parla il suo linguaggio dicendo più di mille parole, riuscendo ad esprimere anche quello che nessun dialogo riuscirebbe ad esprimere.
Ogni creatura, per il fatto che esiste, è un dono. Ogni creatura è dono anzitutto per se stessa, per questo finché esiste ha diritto di essere e di realizzare se stessa altrimenti è un progetto fallito. D’altra parte una persona non ha nulla da dare se non è se stessa, e non potrà fare l’esperienza di donarsi se quello che dà non è farina del suo sacco. Questo dono si materializza nella presenza, cioè in una determinata forma, un colore, un suono, un movimento, un odore che sono suoi caratteristici, cui vanno aggiunti le aspirazioni, i talenti e soprattutto quella unicità che è propria di ciascuno. Ciò che esiste è presente e ogni presenza ha una sua peculiarità. Noi parliamo di grandezza e piccolezza, di visibile e invisibile, di materia ed energia, di elettricità e magnetismo, ecc. quanto basta per dire che essendo diverse le frequenze dei suoni, come quelle della luce, come quelle dell’energia, non bastano gli occhi per vedere tutto, non bastano le orecchie per udire tutto, non basta il tatto per entrare in contatto con tutto, ecc.
Per conoscere una creatura, ciò che essa è, bisogna conoscere tutto ciò che essa manifesta con la sua presenza e tutto ciò che essa fa per il solo fatto di esistere. Dobbiamo farla essere se stessa, dobbiamo farla esprimere. L’atteggiamento di scartare e disprezzare molte creature per il semplice fatto che non le comprendiamo, non ci piacciono o ci sono antipatiche, ci fa perdere il dono che ognuno di loro è per tutto il resto del creato.

Questo albero non è malato, eppure sembra tale, ha rami secchi che dovrebbero essere tagliati, ha rami verdi che non fruttificano, ha rami in eccesso che disperdono le sue energie.
Non basta che l'albero abbia buone radici, buon terreno e clima favorevole perché fruttifichi, occorre togliere ciò che non serve e saper lasciare l'essenziale.
Anche per l'uomo valgono le stesse regole, perché anch'egli fa parte della natura.

Abbiamo sicuramente sentito parlare del bene e del male e a volte anche noi li pensiamo come concetti astratti, ma se scendiamo nel concreto delle cose vissute o che sentiamo e vediamo, allora quelle classificazione diventano realtà tangibili. Pensare, per esempio, alla Cina che per decenni non solo nega il diritto di essere se stesso al popolo Tibetano, ma lo circonda con le forze militari, ne arresta i dissidenti cioè quelli che non vogliono essere cinesi, li tortura, li fa sparire e ai pochi sopravvissuti al carcere, quando escono viene loro impedito di avere una identità e di ricedere aiuti dai loro stessi cari… e descrivere “male” queste realtà è spontaneo, è un fatto e lo si chiama male perché fa molto male ad ogni cellula di cui è fatto un essere che si meriti ancora il nome di umano.
E’ naturale chiamare “bene” tutto ciò che fa bene a se stessi e all’altro, all’altro come a se stessi; è altrettanto naturale chiamare “male” ciò che fa soffrire e morire, ciò che opprime, calpesta, sfrutta la dignità, la personalità, la libertà, l’identità propria e dell’altro. Opprimere l’altro e godere delle sue disgrazie è cosa che solo gli uomini sanno fare. Infliggere sofferenza fisica o morale è una cosa insensata e contraddittoria, eppure è ciò che vediamo nelle varie realtà che viviamo ogni giorno: a casa, per strada, a scuola, negli uffici, nelle pubbliche amministrazioni.
Vediamo chi si vanta dell’incarico che ha e umilia l’altro, lo usa, gli complica la vita, non si preoccupa di capirlo o di venirgli incontro, ma lo tratta come un numero o una cosa burocratica e vediamo chi mette a disposizione dell’altro ciò che sa e sa fare, cerca e propone soluzioni, da una mano, un consiglio, una presenza amica. Vediamo chi sfrutta gli altri per ricavarne un utile; qualunque sia la sua professione si serve degli altri e vediamo chi si mette al servizio degli altri con semplicità e competenza. Anche tra amici, tra parenti, nel nucleo familiare, le relazioni più sacrosante possono puzzare di egoismo, di invidia, di gelosia, e le persone amate sono “usate” per realizzare o soddisfare se stessi.
Il male è tale perché usa e distrugge gli altri e non gliene frega niente; logicamente a chiamarlo tale sono quelli che soffrono le conseguenze di quel modo di fare. Il bene è tale perché genera cose buone non solo per sé ma anche per gli altri e le genera soprattutto a livello personale.
LA CIVILTÀ SI COSTRUISCE TRATTANDO GLI ALTRI COME SE STESSI E GOVERNANDO PER SERVIRE. Chi usa questa logica VIVE LA PROPRIA VITA TENENDO CONTO ANCHE DI QUELLA DEGLI ALTRI.
”Vivere la propria vita tenendo conto anche di quella degli altri” mi fa pensare alla regola “occhio per occhio, dente per dente”; essa mi sembra simile a quella che dice “non fare all’altro ciò che non vuoi che egli faccia a te”, come dire, altrimenti egli ti tratterà allo stesso modo. Occhio per occhio, dente per dente, non era una regola che fomentava l’odio, ma al contrario cercava di frenarlo, se pur nell’ansia di giustizia. Se uno, dando un pugno, faceva cadere un dente, il mal capitato aveva diritto a fargli cadere un dente al suo aggressore, ma non due, ma non provocargli un danno maggiore. In qualche modo, anche nel danno, si imponeva di trattare l’altro come si era stati trattati.
E se si uccideva? Vita per vita! Pur nella sua crudezza questa norma è migliore di tante pene di morte date per altri motivi, basti pensare alle uccisioni per le idee politiche o per le convinzioni religiose, basti pensare alla lapidazione delle adultere o all’uccisione per futili motivi. I morti non tornano indietro e il danno fatto a chi è privato di un genitore, di un figlio, di un coniuge, di un presidente, è incalcolabile. Pena di morte, dunque? Se la vita è sacra e la regola suddetta si deve fermare di fronte al dare la morte, questo vale anche per lo Stato. Resta, però, la gravità del danno, cui deve corrispondere la gravità della pena.
Mentre alcuni Stati adottano ancora la pena di morte, vantandosi di essere civili, altri mettono in libertà chi ha provocato la morte, come se il morire per colpa di un ubriaco al volante fosse diverso dal morire per colpa di un omicidio premeditato. In natura, l’intenzione non conta e il risultato è sempre un cadavere. Qualunque sia l’intenzione quando ci si butta giù da un palazzo, il risultato è sempre lo stesso.
Ci sono fabbriche e luoghi di lavoro dove la sicurezza degli operai è trascurata, per risparmiare. Anche queste morti non sono volute, e per chi è stato responsabile erano solo probabilità; tanto la macchina della giustizia è lenta e i diritti dei vivi, specialmente quando hanno soldi, si fanno sentire meglio di quelli delle vittime.
E le innumerevoli morti per mala sanità? Dovuta all’incuria, alla superficialità e spesso anche all’ignoranza, nonostante le lauree. Rientrano nelle statistiche! La Medicina ha salvato tante vite da morte sicura, ma Dio solo sa quanti muoiono per mala sanità. Temo che i casi che fanno scalpore siano solo la punta di un iceberg. Ma a chi interessa indagare? Chi vuol sapere la verità, per migliorare la situazione? Basterebbe un questionario da inviare a tutte la famiglie, per tastare il polso alla realtà. Basterebbe un numero verde che rispetti l’anonimato. La finalità non è quella di raccogliere denunce, ma di avere una idea di com’è la realtà delle cose, se la si vuole migliorare.
Non fare all’altro ciò che non vuoi che egli faccia a te è la regola per evitare l’occhio per occhio, ma la civiltà non va avanti semplicemente perché si evita il negativo, serve seminare per raccogliere. TRATTA L’ALTRO COME VORRESTI ESSERE TRATTATO! FAI! O prefersici filtrare il moscerino quando si trattta della vita degli altri e ingoiare il rospo quando si tratta della tua!

"LA BRUTTA NOTIZA E’ CHE DIO NON ESISTE LA BUONA E’ CHE TU NON NE HAI BISOGNO: GODITI LA VITA!". Questa è la scritta pubblicitaria che gira su alcuni autobus in Inghilterra, in Spagna e anche in Italia. Come ogni pubblicità anche questa sarà a pagamento e mi fa piacere che nell’Europa che sta passando la sua crisi economica ci sia chi è disposto a dare soldi per diffondere un’idea più che a investirli o a giocarli al lotto.
Alcune considerazioni terra terra: Quando una cosa è dimostrata non è consentito dissentire, a meno che il bianco non lo si voglia chiamare nero, ma è questione di linguaggio. Su ciò che non si può dimostrare, né tanto meno studiare e analizzare, nessuno può imporre a un altro le sue opinioni, ed è per questo che esiste (almeno sulla carta) la libertà di coscienza, di credo religioso e di scelta politica. I sacerdoti ed i religiosi sanno bene che la fede non si impone e parlano appunto di fede e non di dimostrazioni. Dunque nessuno può spavaldamente dire “Dio non esiste!” come nessuno può con altrettanta baldanza dire “Dio esiste!”.
Chi afferma che non esiste forse sperava di trovarlo dietro la luna o qualche galassia? Dovrebbe semplicemente affermare che non è disposto ad ammettere l’esistenza di un Essere che non ha nulla a che fare con le cose che in qualche modo hanno materia o energia misurabile, poiché il Dio dei credenti di ogni religione è definito aldilà della pura materia e al di sopra di una qualunque energia vitale. In quanto alla “religione come oppio dei popoli”, non è quella teorica, ma quella incarnata da certe persone che predicavano bene e razzolavano male, come d’altronde certi leader politici che in nome di libertà, fraternità, uguaglianza, o in nome di una giustizia sociale socialista hanno sterminato milioni di dissidenti.
Se conosciamo poco noi stessi e le possibilità del nostro cervello, forse neanche il cinque per cento, come possiamo sentirci spavaldi (parlo sia dei credenti che degli atei) a parlare di Colui che nessuno ha visto? Non siamo capaci di accettare il “diverso” nella stessa razza umana, come possiamo essere capaci di essere disponibili e aperti verso il totalmente DIVERSO?
Questo dire “Dio NON esiste”, mi ha fatto venire in mente altre affermazioni: “ Gli indigeni NON hanno anima” perciò si potevano uccidere senza commettere omicidio né genocidio. “i neri NON hanno la stessa dignità né gli stessi diritti dei bianchi” perciò si potevano usare come schiavi. Questi “NON” mi sembrano scuse infantili per giustificare qualcos’altro. Quanto poi alla buona notizia che non abbiamo bisogno di Dio, è un fatto che DIO non sta in mezzo ai piedi, anzi molti si lamentano che se ne sta per i fatti suoi e non interviene nelle ingiustizie del mondo. In quanto a libertà ce ne da fin troppa.
Credo però che l’intenzione non fosse di affermare che non abbiamo bisogno di Dio, quanto ciò che segue: “Goditi la vita!”. Come a dire: Dio, la religione, la morale, sono guastafeste rompiscatole. Il Tema, insomma, non è l’esistenza o no di Dio, che non ha mai dato fastidio a nessuno, anzi “fa sorgere il sole e fa piovere sia per i buoni che per i cattivi”, il tema è la religione e la sua morale nella società.
Per godersi la vita ci vuole un po’ più del necessario, ECONOMICAMENTE. Chi invece i soldi ce l’ha, ha bisogno di meno regole per goderseli alla faccia degli altri. Per farla breve io direi:
“ LA BRUTTA NOTIZIA E’ CHE I RICCHI DICONO CHE SONO ONESTI, LA BUONA E’ CHE POSSIAMO GODERCI LA VITA ANCHE MEGLIO DI LORO”

L’ascia del legnaiolo chiese il suo manico all’albero e questi glielo diede. Rabindranath Tagore

Canta la cascata: “Anche se all’assetato gliene basta un poco della mia acqua, con grande gioia io mi dono tutta”. Rabindranath Tagore

(Esperienza raccontata dalla dottoressa Jyll Bolte Taylor, neuroanatomista, che è stata colta da un ictus.)
“ Il cervello umano ha due cortecce cerebrali completamente separate tra loro, ma che comunicano attraverso il corpo calloso, costituito da 300 milioni di assoni. I due emisferi del cervello elaborano le informazioni in maniera diversa, pensano e si preoccupano diversamente.
Il nostro emisfero destro riguarda il presente: qui e ora. Esso pensa attraverso le immagini e impara attraverso il movimento del corpo. L’informazione, sotto forma di energia, fluisce attraverso il sistema centrale ed esplode in un insieme di immagini, odori, gusti, sensazioni e suoni che il presente ci da. Attraverso la coscienza dei nostri emisferi destri noi sentiamo di essere connessi gli uni agli altri come una sola famiglia.
Il nostro emisfero sinistro è un luogo molto diverso. Esso pensa in modo lineare e metodico; è progettato per raccogliere dettagli su dettagli di ciò che riguarda il passato, il presente e il futuro. Organizza le informazioni per categorie e le associa a ciò che abbiamo imparato nel passato, proiettandone nel futuro tutte le possibilità. L’emisfero sinistro pensa attraverso il linguaggio; è come una comunicazione continua tra il nostro mondo interno e quello esterno. E’ quella vocina che mi dice: “devi comprare la tal cosa, ricordati!”. E’ quella voce che afferma: “io sono”. Appena l’emisfero sinistro dice che io sono, io sento di essere un “individuo” separato dagli altri e dal flusso di energia che mi circonda.
Questa è la porzione di cervello che ho perso la mattina del mio ictus, quando un vaso sanguigno è esploso nella metà sinistra del cervello. Mi sono svegliata con un forte dolore che andava e veniva dietro l’occhio sinistro. Nel guardare le parti del mio corpo mi dicevo: “guarda che strane cose”: era la mia coscienza scollegata dalla normale percezione della realtà. Guardando il braccio scoprii di non poter distinguere i confini del mio corpo, non capivo dove iniziasse e dove finisse, come se gli atomi e le molecole del mio braccio si mescolassero con quelle della parete e tutto ciò che potevo cogliere era questa energia. Il mio emisfero sinistro era spento ed ero scioccata nel trovarmi all’interno di una mente silente.
Immediatamente sono stata rapita dalla magnificenza dell’energia che mi circondava e poiché non ero in grado di definire i contorni del mio corpo, mi sentivo espansa ed immensa, una sola cosa con l’energia circostante, ed era bellissimo. Immaginate di essere totalmente disconnessi dalla chiacchiera del proprio cervello che vi lega al mondo esterno: sparisce tutto ciò che vi lega allo spazio, al lavoro, alle relazioni esterne, ai bagagli emotivi e ciò vi da una sensazione di pace e di euforia. Il mio cervello sinistro cominciò a dirmi: “Ehi, c’è un problema, dobbiamo chiedere aiuto!” In quel momento il mio braccio destro si è paralizzato del tutto ed ho capito che stavo avendo un ictus. Volevo telefonare per chiedere aiuto, ma ho impiegato 45 minuti per distinguere i numeri dal foglio, mentre l’emorragia si aggravava e non capivo niente, non ricordavo se avevo fatto il numero appena digitato. Quando risposero al telefono capii solo un “uh, uh, uh” e mentre volevo dire: “Sono Jill, mi serve aiuto” ciò che usciva dalla mia bocca era solo: “uh, uh, uh”.
Nel giro di un’ora mi sono trovata nell’ambulanza che mi portava da un ospedale all’altro. Mi sono sentita come un pallone senza aria ed ho sentito il mio spirito arrendersi. Ho detto addio alla vita. Ho capito che non ero più il coreografo della mia vita. Il mio cervello bruciava come una palla infuocata, mentre i suoni esterni erano così forti e caotici che volevo solo fuggire. Mi sentivo come il Genio liberato dalla bottiglia; ho provato un senso di euforia poiché il mio spirito fluiva libero. Pensai che non fosse più possibile ricomporre l’immensità di me stessa all’interno del suo minuscolo corpo.
Quando mi sono risvegliata ero sorpresa di essere ancora in vita. Pensai che chiunque come me poteva provare quell’immensità beatifica. Pensai a un mondo fatto di persone pacifiche, compassionevoli, che sanno di poter entrare in questo stato in qualunque momento e che possono scegliere, a proposito, di muoversi dall’emisfero sinistro al destro e trovare questa pace. 18 giorni dopo l’emorragia venni operata per rimuovere il grumo di sangue che bloccava i sensori del linguaggio. Ho impiegato 8 anni per riprendermi completamente.
Ho voluto raccontare l’esperienza del mio ictus per dire a tutti che abbiamo il potere di scegliere ogni momento chi e come vogliamo essere al mondo. Possiamo spostarci, nel momento presente che viviamo, nella coscienza dell’emisfero destro. Oppure possiamo scegliere di spostarci nella coscienza dell’emisfero sinistro, dove diventiamo singoli individui, separati dagli altri, separati dal flusso dell’energia vitale. Credo che più tempo impieghiamo a scegliere di stare con profondità nell’emisfero destro, maggior pace proiettiamo nel mondo e più pacifico sarà il nostro pianeta".

Al banchetto dell’esistenza siamo presenti vari invitati, con uguale invito e diritto, tutti generati da altri. Siamo in tanti ad esistere, ma non si può pensare che dobbiamo essere in competizione, quasi una lotta per la sopravvivenza o uno scontro per la supremazia richiedesse l’eliminazione di alcuni. Se alcuni possono sparire dalla circolazione ciò significa che la loro esistenza era inutile. Forse essi erano un errore, o una brutta copia da buttare via?
D'altronde la vita è stata possibile solo con la presenza e la collaborazione di diversi elementi e diverse condizioni indispensabili. E’ facile pensare che ad essere importanti siamo solo noi e sottovalutare ciò che non conosciamo. Quando ci si rinchiude in se stessi e nella propria ignoranza viene a mancare il contatto con la natura, con tutto quello che esiste, con le sfide che ogni cosa, per il solo fatto di esserci, lancia ad ogni altra esistenza, specialmente a noi che ci vantiamo di essere intelligenti e ragionevoli. Piuttosto che prendere le scorciatoie del disinteresse occorre sviluppare il senso del VALORE DELL'ALTRO e capire perché esiste, cioè quale caratteristica peculiare ha in sé per l’equilibrio e il funzionamento del resto dell’universo. Vale per ogni cosa che esiste al mondo, dagli elementi chimici a ciò che l’evoluzione ha prodotto, ma vale soprattutto per ogni essere umano.
Il senso dell’altro dovrebbe essere il primo valore da insegnare ed il primo atteggiamento da imparare in una società, altrimenti la vita sociale diventa un perenne conflitto di interesse, generando privilegiati da una parte ed esclusi dall’altra. Che società è quella in cui manca il senso dell’altro? L’altro, inteso come un valore e non come un oggetto senza senso; come un valore unico e irripetibile, per cui in nessun altro essere si può trovare quel modo di essere, di interpretare la realtà, di farsi domande e di dare risposte e non come un “umano generico”.
I dittatori di destra e di sinistra, di ieri e di oggi, gli integralisti di un pensiero o di una religione, i fautori delle diverse rivoluzioni, hanno preso la scorciatoia dell’eliminazione del “diverso”. Uccidendo chi la pensava diversamente hanno voluto seppellire quello che temevano, derubando il mondo intero di quelle idee, di quella scienza, di quell’impegno. Oggi è molto sviluppato il senso di sé e dei propri interessi, mentre gli altri sono considerati come rivali da superare, nemici da sconfiggere, prede da conquistare, colpevoli da condannare, oggetti da sfruttare: come forza lavoro, come piacere sessuale, come pedine per raggiungere uno scopo, come gradini per la propria ascesa sociale.
Il senso dell’altro è l’unico antidoto naturale capace di impedire il proliferare delle ingiustizie.

Si chiama Leo, e in Australia è diventato una celebrità per il suo eroico comportamento, che smentisce il vecchio luogo comune sull’inimicizia tra cani e gatti. Leo, un esemplare di terrier più piccolo della media della sua razza, è coraggiosamente rimasto tra le fiamme che avevano avvolto la sua casa di Melbourne, pur di non lasciare al loro destino quattro micini appena nati. Lo hanno trovato i pompieri, in una cameretta dove continuava a star vicino ai gattini, nonostante fosse ormai quasi asfissiato.
Per rianimare Leo è stato necessario somministrargli ossigeno da una bombola e praticargli un massaggio cardiaco. Malgrado i padroni fossero già fuggiti, lui non ha tradito i minuscoli amici ed è rimasto a vigilare sulla loro cuccia, incurante di fuoco, fumo e del pericolo di un crollo. Lo si è visto in televisione, dopo che i pompieri lo hanno salvato e rianimato, leccare teneramente i cuccioli.
Tra cani e gatti si sa che l’istinto li porta alla competizione e alla lotta. Questa eccezione conferma la “regola”? Non tutti i cani sono così, ma sappiamo che di casi simili ce ne sono molti altri, anche con altri animali. “Bestie rare” che sovvertono e superano certi istinti… Eppure sono istinti anche quello di maternità, di protezione, per non parlare del bisogno di amicizia, di contatto e di convivenza.
Fa riflettere il fatto che ciò avvenga non fra razze di cani diversi, ma fra cani e gatti. Forse diamo per scontato che fra gli esseri umani e fra animali sia “normale”, “istintivo” e “naturale” solo il pensare a se stessi, difendere il proprio territorio e combattere l’altro, invece proprio alcuni animali, non condizionati da leggi, norme, raccomandazioni, pregiudizi, mostrano con i fatti che UN’ALTRA CONVIVENZA E’ POSSIBILE, capace sia di dare soddisfazioni migliori sia di garantire una evoluzione e un futuro migliori.
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10/09/2010 @ 6.51.03
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