El día siguiente, no vi la hora de volver bajo aquél árbol que donó emociones y sentido a mi vida junto a su sombra. Quise seguir sencillamente a saborear la sencillez y la coherencia de aquellas intuiciones, y así fue por un rato, mientras miraba las abejas pasar de flor en flor y las mariposas elegir sus paradas.
"Observa: CADA COSA QUE VIVAS se ALIMENTA DE OTRAS COSAS. No sólo las personas, los animales, los vegetales, sino todo lo que es vivo a nivel celular y también más pequeño, hasta que vivas se alimenta. ¡No hay vida sin comer los otros! Cada existencia necesita las otras. No se nace sin los otros, no se vive sin los otros."
Traté de arreglar estas afirmaciones cerca de la de "protección" del día antes , incluso reconociendo que se aplicaba bien al modo de ser de quien quiere dominar. Me quedè pensando, aunque me dí cuenta que, si los demás sólo fueran victimas para comer, para explotar, para usar, todo el grandioso trabajo de la naturaleza sería servido a crear los presupuestos por el nacimiento de un super héroe, dictador, dueño capaz sólo de jactarse de él mismo y de tener todo y todos a su servicio. ...
Disse il filo d’erba: “Dammi un po’ di terra e un poco d’acqua ed io sarò me stesso”.
Gli chiesero: “Ti vanterai nei riguardi di chi terra non riceverà e acqua desidererà?”.
Il filo d’erba pensò: “Cosa sono io senza terra? Un progetto mai realizzato. Cosa sono io senza acqua? Un ricordo appassito. Se avrò terra ed acqua io potrò mangiare e bere, e vivrò. Germoglierò e crescerò. Riceverò la luce del sole e quella delle stelle. Danzerò al ritmo del vento e sarò cibo per chi ha fame. Non chi mi mangia mi uccide, ma chi mi sradica e chi mi nega l’essenziale”.
Rispose dunque: “Vantarsi è la follia di chi si crede autosufficiente e indipendente. Gratitudine è il canto di chi è cosciente dei suoi legami con tutto ciò che esiste. Ciò che sono è un progetto fallito senza nutrirmi e respirare, ma anch’io sono cibo e respiro per gli altri. Il vanto è una follia. Io canto la vita che nasce dal condividere”.
Sentado por tierra, a los pies de un gran árbol que me ofrecìa la frescura de su sombra, estaba absorto en mis pensamientos que vagaban en los recuerdos de la infancia. Los pájaros gorjeaban jugando a pillarse, los mosquitos bailaban ligeros, puestos en evidencia de los rayos del sol, las hormigas, uno tras la otra, estaban atareadas a buscar algo… Estaba entre la Naturaleza, y ella parecìa confortar todos mis sentidos con sus olores, los sonidos, los colores, las formas de las varias criaturas; por fin pareció que ella mismo, ponièndose dulcemente en mis pensamientos, empezara a hablar:
"Observa: CADA COSA NACE PEQUEÑA, FRÁGIL, INDEFENSA. Todo lo que tiene vida nace pequeño, débil e incapaz de defenderse. También yo, en los primeros instantes de vida, fui tan pequeña que podìa estar en la mano de un niño, mientras que hoy me expando a una velocidad que por ti es inimaginable y que siempre aumenta. Persona, animal, arbol, nadie llegaría a ser adulto si quienquiera, ya siendo grande y más fuerte se aprovechara para destruirla, o si alguien no cuidara de ella para protegerla. Sin la ayuda, la protección y la experiencia de los adultos casi es imposible que un ser viviente llegue a la mayor edad."
Era primavera y, levantándome, no me fuè difícil constatar la ternura y la fragilidad de los nuevos brotes en muchos árboles. Los miraba con la misma maravilla que se mira a un niño de pocos días y al mismo tiempo con la conciencia de saber cuánto fuera fácil despegarlos, pisarlos y destruirlos.
En aquel entonces entendí que, no protejer lo pequeño, así pequeño de ser débil e indefenso, es renegar los mismos orígenes, es contradecir como hasta aquí la vida se ha transmitido y desarrollada, es como avergonzarse de los mismos padres y de la humilde casa donde se ha nacido.
El pensamiento corriò a todos aquellos débiles e indefensos "adultos" que a lo largo de la historia humana han sido despreciados, burlados, ignorados, desechados, explotados, oprimidos de quien fue más fuerte, más potente, más sano, más rico, más dichoso. He pensado en los dictadores, a los padres y a los maridos dueños, a los violento de cada clase social y cultura, a los listos y a los embrollones que han llegado a la mayor edad porque, cuando fueron pequeños y débiles nadie ha despotricado sobre de ellos hasta eliminarlos de la cara de la tierra. ...
El cambio operado en las relaciones mutuas entre patronos y obreros; la acumulación de las riquezas en manos de unos pocos y la pobreza de la inmensa mayoría; la mayor confianza de los obreros en sí mismos y la más estrecha cohesión entre ellos, juntamente con la relajación de la moral, han determinado el planteamíento de la contienda.
La conciencia de nuestro oficio apostólico nos incita a tratar en esta encíclica la cuestión por entero, a fin de que resplandezcan los principios con que poder dirimir la contienda conforme lo piden la verdad y la justicia. El asunto es dificil de tratar y no exento de peligros. Es dificil realmente determinar los derechos y deberes dentro de los cuales hayan de mantenerse los ricos y los proletarios, los que aportan el capital y los que ponen el trabajo.
Disueltos en el pasado siglo los antiguos gremios de artesanos, sin ningún apoyo que viniera a llenar su vacío, el tiempo fue insensiblemente entregando a los obreros, aislados e indefensos, a la inhumanidad de los empresarios y a la desenfrenada codicia de los competidores. Hizo aumentar el mal la voraz usura, que, reiteradamente condenada por la autoridad de la Iglesia, es practicada, no obstante, por hombres condiciosos y avaros bajo una apariencia distinta. Añádase a esto que no sólo la contratación del trabajo, sino también las relaciones comerciales de toda índole, se hallan sometidas al poder de unos pocos, hasta el punto de que un número sumamente reducido de opulentos y adinerados ha impuesto poco menos que el yugo de la esclavitud a una muchedumbre infinita de proletarios. ...
Da piccoli e adolescenti la mamma era considerata tale per il suo ruolo, per essere colei che ci ha portati in grembo e fatti nascere ne seguiva l’impegno di pulire, cucinare, stirare…
Imparai ad amare mia madre, quando la considerai come una creatura umana come me, ed oltre ad apprezzare tutte le cose che lei sentiva e faceva per me, imparai anch’io a sentire e a fare delle cose per lei; per fortuna lo imparai da giovane. Siamo abituati a farci servire da nostra madre, e ci sembra normale che sia così… ma è normale che siamo noi pure ad aiutarla e servirla, non solo quando è anziana.
Nel giorno dedicato alla Mamma, voglio mettere in risalto ciò che da lei ho imparato, ricordando assieme a lei tutte quelle persone che mi hanno aiutato ad essere migliore. Perciò, oggi, voglio parlare dell’amore che vuole il bene dell’altro, la fortuna dell’altro, la fama dell’altro, dell’amore che è contento quando tutto va bene all’altro, così come può esserlo una madre quando tutto va bene al proprio figlio; poiché questo amore è quello vero!
Questo amore sa condividere con gli altri quello che uno è ed ha, sa mettere al servizio delle altrui necessità se stesso ed i suoi mezzi per essere:
la vista di chi è cieco; l’udito di chi è sordo; la parola di chi è muto; l’esperienza di chi non sa; la speranza di chi è disperato; la pace di chi è travagliato; la calma di chi è agitato; il consiglio di chi è confuso; la compagnia di chi è solo; l’aiuto di chi è ammalato; le gambe di chi non può muoversi; le mani di chi non sa fare; il padre di chi è orfano; la casa di chi è senza tetto; la tavola imbandita di chi è affamato; il punto fermo di chi è insicuro; la presenza amica di chi è angosciato; il gesto gratuito di chi non crede; il perdono per chi ha offeso; la pazienza per chi diventa molesto; la compassione per chi sta passando male; la comprensione per chi è debole; la fiducia per chi è indeciso; la mansuetudine per chi è irritato; la gioia per chi è nella festa; il pianto per chi è nel dolore; il silenzio per chi stenta a capire; il rispetto per il mistero altrui.
Colui che vive d’Amore vive le necessità degli altri come proprie, si immedesima con loro, ne comprende le pene, le ansie e la disperazione, si china sulle loro piaghe materiali e spirituali, e, senza averne orrore, cura le loro ferite con scienza e sapienza, donando lo splendore che si addice all’essere umano.
Questo amore è la vocazione di ogni essere umano. Questo amore ci fa “madri” della vita e del bene, poiché la vita ha bisogno di chi la genera e di chi la difende.
Il mondo, il lavoro, la professione, gli eventi, le relazioni, sono "il terreno " nel quale il laico ha le sue radici e nel quale deve far maturare i suoi frutti.
L'Incarnazione del Figlio di Dio ha consacrato la materia e la vita umana, dal concepimento fino alla morte.
Importanza della materia e della esperienza. - Sappiamo che il cervello del bambino, sin dai primi mesi di vita, elabora migliaia di connessioni neurologiche e può farlo grazie a stimoli esterni: visivi, attraverso i colori e le forme degli oggetti; tattili, toccando ed essendo toccato, accarezzato, baciato; emotivi, per la presenza di coloro che lo chiamano, lo coccolano, lo nutrono, lo proteggono, gli parlano. Un bambino non arriverebbe a sviluppare neanche il minimo di ciò che lo caratterizza come essere umano, senza la materialità fatta di colori, forme, suoni, presenze.
- Tutto ciò che l’uomo sa fare lo ha imparato attraverso il contatto con la realtà, ripetendo molte volte i gesti del suo lavoro o della sua professione, acquisendo quella esperienza che gli permette di fare le cose più perfettamente e in minor tempo.
- La conoscenza e la comprensione tra le persone, non sono possibili senza le occasioni di stare insieme, parlandosi, condividendo, mettendosi allo stesso livello. Conoscendo gli altri si conosce meglio se stessi, poiché non si finisce di sondare l’animo umano.
- Sappiamo che “Dio si manifesta a chi ama” e che amare vuol dire fare, non solo perché l'amore si dimostra con i fatti, ma perché è proprio dell'amore essere creativo. L'amore creativo è sfidato dalle necessità, dai problemi, dalle ingiustizie, dalle vicende di tutti i giorni. È in tutto ciò che Dio ci chiama a dare il nostro contributo ed è nelle situazioni concrete che egli dà a ciascuno la grazia di saperle vivere e di trovare una soluzione. Nella concretezza dell’istante che viviamo, siamo "collaboratori" di Dio nella costruzione del suo Regno, quello che chiediamo ogni giorno nel Padre Nostro.
Per questo il mondo, il lavoro, la professione, gli eventi, le relazioni, sono "il terreno " nel quale il laico ha le sue radici e nel quale deve far maturare i suoi frutti.
Nessuno ha amore più grande di chi da la propria vita per gli amici.
Amicizia. Amore. Vita. Sembrano tre realtà diverse, importanti tutti e tre, ma in ambiti diversi. Pasqua li unisce e propone agli uomini un modo di relazionarsi: quello dell’amicizia.
L’amicizia è una realtà preziosa, visto che si può essere anche fratelli e rivali, anche concittadini e distanti; ma, si sa, gli amici possono essere anche interessati, e l’amicizia durare quanto la buona sorte, quanto la reciproca soddisfazione, quanto la reciproca condivisione.
Il vero amico è chi è capace di amarti per quello che sei, condivide la tua esistenza concreta e desidera il tuo bene reale, e te lo dimostra non manipolandoti, ma giocandosi il meglio di sé: la sua propria esistenza fino a essere disposto a dare la sua vita per la tua.
In un mondo dove il commercio è entrato dentro le pieghe più intime dei sentimenti, dei pensieri e delle azioni, la verità dell’evento pasquale ci dice che c’è molta vita in chi dà la sua vita, mentre non ce ne in chi pensa a se stesso e non ha amore capace di aprirlo agli altri e di farlo vivere per gli altri.
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