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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
9° Lezione
“Osserva: CHI VUOLE IMPARA DA CIÒ CHE SUCCEDE. E’ nella pratica di un lavoro o di una manualità che scoprite come evitare errori, come risparmiare fatica, come fare prima e, infine, come farlo meglio. La vita di tutti i giorni ti propone sfide e tu sei spronato a cercare soluzioni, ma le une e le altre nascono astretto contatto. L’esperienza si fa sul campo. La saggezza si costruisce a poco a poco, ed è composta dall’esperienza e dalla riflessione, cioè dalla capacità di saper mettere insieme i vari aspetti della realtà.”
Più analizzavo la mia vita e più mi rendevo conto che davvero si impara solo da ciò che succede. Ecco perché ci vuole sempre attenzione e apertura mentale verso quello che sta succedendo e la capacità di staccarsi, se fosse necessario, da ciò che è acquisito, poiché la realtà ha vari aspetti e molti di essi sono in evoluzione. Sono molte le persone che, nell’esercizio della loro professione e nei giudizi, si basano solo sull’esperienza passata, senza farsi interpellare dalle nuove istanze. E’ necessario verificare personalmente, quando si può, se le cose dette e sperimentate dagli altri siano o no rispondenti alla realtà. E’ necessario confrontare l’esperienza propria con quella degli altri e l’esperienza acquisita con le novità.
OGNUNO IMPARA CIÒ CHE VUOLE, IMPARA PERCHÉ VUOLE; se vuole, impara da tutti e da tutto, anche dagli errori, anche dai nemici, da un bambino o da un anziano, da chi ha studiato e da chi parla solamente di quello che gli è successo nella sua vita. Conosco medici che ritengono verità scientifica solo quello che hanno studiato e solo quello che leggono nelle loro riviste specializzate. Conosco uomini di fede che ritengono vere solo le affermazioni che trovano nei loro testi sacri e nei libri approvati dalla loro religione. Conosco tante persone che ritengono vere solo le cose che leggono nel giornale di partito. Anche gli adolescenti prendono per vero quello che si discute tra amici piuttosto che quello udito o affermato in casa, dai genitori.
Aldilà della simpatia e della fiducia posta in una persona o una scienza o un partito politico o una religione, o un gruppo, che fanno accettare con facilità quello che essi dicono, è più facile assolutizzare quello che si sa, piuttosto che uscire allo sco-perto. Eppure è molto di più quello che non si conosce!
Da sempre si riteneva che il sole girasse intorno alla terra, poi dal 1543, grazie a Nicolò Copernico, si capì che era la terra che girava intorno al sole. Prima di quella data, anche se qualcuno aveva ipotizzato diversamente, era Scienza, era Religione, era esperienza quotidiana di tutti, che fosse il sole a girare intorno alla terra. Ma i dati scientifici erano miseri, le riflessioni religiose erano fanatiche e l’esperienza visiva era ingannevole.
Proprio le persone che più si dedicano allo studio devono avere una coscienza più viva che ciò che non si sa è molto di più di quello che si sa, e dunque le porte della conoscenza, più che socchiuse, devono essere spalancate. Dotto o no, Santo o no, bisogna essere aperti e disponibili per capire meglio e per conoscere quello che ancora non si sa.
Definisco fanatico quello scienziato che parla brillantemente di ciò che sa e spaval-damente nega quello che non può dimostrare. Lo definirei normale se semplicemente esponesse le poche cose che sa, come le ha imparate, da chi, con quali esperimenti, guardando cosa; sulle cose che non sa, o che non ha studiato e approfondito, farebbe più figura se non si pronunciasse e se continuasse a studiare. Definisco fanatico quel religioso che cita a memoria i Testi Sacri, fonte della sua fede, come se fossero parole scritte da Dio stesso, e pur riconoscendo che il Pensiero di Dio è imperscrutabile e che lo stesso Gesù non ha lasciato scritto neppure una frase su nessun argomento, propone quelle frasi, scritte da uomini ispirati, staccandole dai contesti in cui sono state scritte e non incarnandole nei contesti che egli vuole illuminare. Definisco normale quel religioso che non vende né svende Dio, con discorsi, ma, sapendo anch’egli che è poco quello che conosce, e di quel poco può dire solamente quello che ha sperimentato e capito nella sua vita, si limita più a fare che a parlare, e se parla, dice solo quello che ha vissuto.
Fanatico è colui che non è capace o teme di uscire da se e dalle sue sicurezze; colui che si sente forte di quello che sa, ma teme che altre esperienze e altre teorie possano fare piazza pulita delle sue idee. Definisco normale l’uomo comune che è attento a ciò che è dentro e fuori di lui, dentro e fuori della sua patria; che sa costruire se stesso, le sue capacità, i rapporti con la sua famiglia e i suoi amici, con curiosità, passione, sincerità, semplicità; che sa capire, comprendere, dialogare con le altre esistenze, siano esse una pianta, un animale, un simile, un diverso, un extraterrestre, un angelo, le leggi della natura, Dio stesso. Senza inventare nulla e senza escludere nulla.
Quanti medici nell’esercizio della loro professione, ascoltano i loro pazienti? Danno più valore scientifico agli esami di laboratorio e strumentali che non a quello che sente e dice il paziente: i suoi sintomi, le sue parole. Succede, e non raramente, che il paziente manifesta di non sentirsi bene, mentre il medico gli dice che non ha niente o che è solo ansioso… però il paziente muore davvero. In alcuni centri più all’avanguardia esistono Pronto Soccorso dove i protocolli di procedura sono dettati oltre che dalla scienza medica anche dall’esperienza dei casi precedenti. Nei Pronto Soccorso comuni, invece, si fanno sempre gli stessi errori, e molti incidentati muoiono per emorragie, scoperte tardi, in zone non sospettate.
Quanti credenti propongono un messaggio che viene dall’alto, come un vestito preconfezionato. La vera spiritualità è Spirito che anima e fa vivere con gli altri e per gli altri. L’auto realizzazione spirituale che esclude gli altri, è possibile, ma alla maniera di colui che chiamiamo Satana. I veri santi o saggi, devono le loro illuminazioni soprattutto al contatto con le necessità reali della gente comune, vissute da loro con animo sensibile, sveglio, propositivo e risolutivo. Se Gandi non fosse stato buttato dal treno perché Indiano, se Madre Teresa non avesse incontrato la disperata povertà dei reietti di Calcutta, avrebbero capito e agito allo stesso modo per il resto della loro vita? La ricerca di una soluzione per migliorare la condizione umana degli altri, è diven-tata, in loro, una fonte di iniziative e di idee nuove.
Nessuna politica, nessuna scienza, nessuna religione può fare a meno di questo atteggiamento fondamentale: stare a contatto con le necessità reali della gente comune. incontrare gli altri per conoscerli a fondo e per camminare insieme. Da questo contatto nasce la conoscenza delle sfide della vita, la verifica delle leggi e lo stimolo per risolvere i problemi.
Ci sono poi tanti comportamenti, tipo controllare l’ira, non covare rancore ecc. che sono considerati, con troppa leggerezza, niente altro che virtù religiose o atteggiamenti civili, ma chi studia le risposte dell’organismo a questi atteggiamenti, scopre che esso funziona meglio in presenza di queste virtù piuttosto che in loro assenza, dove funzionare significa lottare meglio contro le malattie, cicatrizzare prima le ferite, equilibrio mentale, ecc. Vale la pena, oltre a identificare i cibi e i modi di cucinare che possono favorire l’instaurare di problemi di salute che riguardano il cuore, la pressione sanguigna, il fegato ecc, identificare pure quali sono i modi di affrontare le persone e gli avvenimenti che minano la salute.
Dalla natura del corpo, dalla logica del suo funzionamento, da ciò che genera salute o malattia, sia fisica che psichica, si possono, con rigore scientifico, rileggere quei comportamenti umani ottimali, senza classificarli morali, religiosi o altro. Insomma, perdonare non fa bene solo all’anima ma soprattutto al corpo e alla psiche, viceversa, odiare fa male al sistema corpo ed ai suoi processi. Certo le eccezioni ci sono, così come esistono fumatori incalliti che invecchiano senza problemi di salute, nonostante sia stato dimostrato che il fumo faccia male.
Tutto quello che sappiamo lo abbiamo imparato guardando e studiando la na-tura. Come un libro aperto, anche se non sempre facile, abbiamo decifrato il suo linguaggio, i suoi codici, i suoi segreti. Dichiariamo scientifica ogni affermazione che ha riscontro in essa, che sia riproducibile e controllabile. Impariamo dalla Natura e la imitiamo, e in ogni caso ne rispettiamo le leggi, se vogliamo venirne a capo. Ci resta tanto da scoprire, ma soprattutto da capire, perché ogni cosa in natura ha un senso. C’e’ un motivo per cui la natura sia così e non in un altro modo.
8° Lezione
“CHI DI VOI HA PLASMATO LA PROPRIA BELLEZZA? Chi ha scelto la sua salute? Chi può affermare che la sua scienza o scaltrezza è frutto del proprio impegno? Dove andrebbe a finire la vostra bravura di scienziato, di artista, di campione, di politico, di specialista, di operaio, anche di ladro e di assassino se io vi togliessi il cervello o il midollo spinale? Oppure se io tagliassi l’erogazione di ciò che li fa funzionare? Che senso ha vantarsi della propria bellezza, dei propri muscoli, del proprio genio o della propria astuzia? Come se fosse opera vostra! Vantatevi solo di quello che è completamente vostro, cioè niente, invece siate soddisfatti e pieni di gioia quando fate fruttificare quello che avete ricevuto. Gioite senza boria né falsa umiltà, poiché umile non significa nascondere la propria bravura e dire: “non è vero”, ma significa dire la verità di aver messo in pratica, in un modo unico, i propri talenti, sapendo di averli ricevuti. L’umiltà è la verità del vostro essere. Siete più figli miei che dei vostri genitori. Sono pochi quelli che vi hanno generato perché volevano avere un figlio. Molti vi hanno accettato a cose fatte. Io, invece, approfittavo di ogni occasione. Io ho fatto si che i vostri genitori, incontrandosi, si piacessero e desiderassero stare insieme. Io ho inventato la loro attrazione e il desiderio di unirsi. IO HO FATTO DI OGNUNO UN ESSERE UNICO E INSOSTITUIBILE, modellando in segreto ognuno di voi, scegliendo il meglio tra tante possibilità”.
Pensavo che se ognuno è un essere unico, nella vita deve cercare di essere solo se stesso. Non può recitare la parte degli altri, poiché desiderando di essere come loro finirebbe per esserne una caricatura. Che senso avrebbe il desiderio di un ciliegio di diventare un castagno? Non è piuttosto invidia? Che senso avrebbe, pretendere che tutti gli alberi abbiano la stessa zolla di terra per vivere? Non è piuttosto una falsa e ingiusta uguaglianza? La soddisfazione più grande è sapere che ognuno è unico: non ha doppioni né sosia; poiché la somiglianza nell’aspetto non equivale alla somiglianza nei pensieri, nei sentimenti e nel modo di rapportarsi alla vita. Proprio per questo, ognuno deve sviluppare e migliorare la sua bellezza, la sua bravura, la sua intelligenza, le sue doti… saprà che se qualcuno lo ama, lo apprezza, lo cerca, non è perché somiglia a qualche altro, ma perché gli piace così com’è.
“Essere se stesso e sentirsi realizzato, significa essere riuscito a far maturare la propria personalità ed il proprio dono. Sentire di essere sorgente d’acqua e non semplice contenitore, di splendere di luce propria e non di riflesso, di dare e di dire cose che si prendono dalla propria esperienza. Non c’è piccolezza o grandezza che possa modificare il valore di essere se stesso! Ognuno è quello che è grazie al corpo che ha; grazie al suo corpo ha sentimenti, emozioni, pensieri, desideri, ha un modo originale di essere, di muoversi, di relazionarsi; grazie al suo corpo può compiere tante cose e realizzare i suoi sogni”.
La mia esperienza professionale mi aveva messo in evidenza che se siamo rilassati, sereni, soddisfatti… lo siamo con il nostro corpo; se siamo tristi, ansiosi, paurosi… sperimentiamo che gli occhi si chiudono per piangere, lo stomaco rifiuta il cibo o non lo digerisce; dentro il petto, oppresso, il cuore palpita all’impazzata, un nodo stringe la gola, le mascelle stringono i denti, le spalle si alzano; la contrattura muscolare irrigidisce l’una o l’altra parte del corpo.
Quando il malessere è psichico o spirituale, ognuno ha i propri sintomi, ma sono tutti localizzati nel corpo. Sapevo che la nostra realtà mentale, sentimentale, spirituale è vissuta nel corpo. Un insulto, non è percepito solo dalle orecchie, o ragionato solo dalla testa, ma è vissu-to, oltre che dall’animo, anche da tutto il corpo: dal cuore, dal fegato, dallo stoma-co… dai muscoli, dalle vene, dai nervi… cioè da tutta la persona!
“L’essere umano è corpo ed è spirito: materia, energia, elettricità, magnetismo, pensiero, volontà, intelligenza e soprattutto una realtà sconfinata e inaccessibile che definite coscienza e che vi identifica come persone”.
Se siamo un corpo animato o uno spirito incarnato, per funzionare bene dobbiamo conoscere entrambi gli aspetti e soprattutto la relazione che c’è tra di essi. Non possiamo essere felici nel corpo e tristi nell’anima, o viceversa; non c’è tentazione o dolore nel corpo senza che l’anima non ne prenda parte, e viceversa. Si ama o si odia, si soffre o si gioisce con l’anima e con il corpo, cioè, con tutto ciò di cui siamo fatti. Solo coloro che non hanno avuto l’occasione e il coraggio di guardare gli occhi di una persona che soffre e che non può parlare, non ne scoprono l’essenza che le anima e le agita. Anche gli occhi di un innamorato manifestano la stessa realtà.
“Aldilà delle fattezze umane, dei suoi colori e delle sue forme, in ogni volto, in ogni sguardo, in ogni linguaggio che nel corpo si manifesta, c’e una persona capace di pensare, di volere, di intendere, di amare. C’è una persona che, se la lasci manifestare, è capace di interpellarti, di farti sentire importante e di dare senso alla tua vita. Se hai deciso di amare, ama con tutta l’anima e con tutto il corpo; non dividere mai l’una dall’atro; ama tutto il corpo e tutta l’anima dell’altro, solo così potrai essere sicuro di amarlo come persona”.
Pensavo cosa potesse significare amare una persona nella sua TOTALITÀ oltre che nella sua UNICITA’. Ogni persona è unica e irripetibile non solo nell’aspetto e nel fisico che ha, nel suo modo di pensare, di relazionarsi con gli altri, di affrontare la realtà, di vivere i sentimenti e le emozioni, ma anche perché ha un suo modo di vivere la sua sessualità. Regolato da ormoni ogni corpo esprime il suo essere sessuato, non solo esternamente, dal timbro della voce alla peluria, alla corporatura, ma anche col suo modo di essere, per il modo peculiare di sentire e trattare le cose. L’essere maschio o femmina è un modo diverso di essere “umano” con tutto se stesso: corpo e spirito. Se usiamo la parola sesso per distinguere un uomo da una donna, allora esso non può limitarsi agli organi genitali, ma deve comprendere tutta la persona, in tutto quello che è e che fa.
Sapevo che la differenziazione è legata al sesso cromosomico. Ogni cellula di una persona, dai capelli alle unghie dei piedi, è sessuata, cioè è composta da 44 cromosomi + xx nella femmina e 44 cromosomi + xy nel maschio. E’ la presenza di que-sto cromosoma x o y a far evolvere la gonade primitiva, già nella quinta settimana di gestazione, in senso maschile o femminile. Se per mancanza di evoluzione della gonade primitiva non si forma il testicolo, l’apparato genitale esterno si struttura in senso femminile. Avvolte la mancata evoluzione della gonade primitiva può portare ad avere un testicolo da un lato ed una ovaia dall’altro, col risultato di una ambiguità somatica e sessuale.
“Ogni persona ha un suo modo peculiare di pensare, intuire, progettare, ragionare, desiderare, relazionarsi. Come individuo nessuno è uguale a un altro, è unico e irripetibile nelle sue decisioni e nel vivere la sua sessualità. La sessualità fa parte di tutto l’individuo in tutto il corpo e in tutto lo spirito, ma non è solo la sessualità che si esprime in ogni cellula del corpo, anche tutte le altre qualità dell’uomo, compresa l’intelligenza. C’è intelligenza in tutti gli organi del corpo, non solo nel cervello. C’è sessualità in tutti gli organi del corpo, non solo nei genitali. L’esistenza dell’essere umano sarà sempre sessuata e l’intelligenza di ogni sua cellula non ammetterà nessuna contraddizione”.
Ero abituato a identificare l’intelligenza nel cervello, ma studiando ho imparato che se la tiroide non produce ormoni tiroidei, viene compromesso, nel bambino, il suo sviluppo cerebrale, vivendo stati di cretinismo o idiozia o ritardo psichico, e nell’adulto vengono rallentate tutte le funzioni cerebrali: memoria, volontà, riflessi, ideazione, movimenti, dando sonnolenza e letargia. Pensai che l’intelligenza del cervello ha bisogno, per essere se stessa, dell’intelligenza di tutti gli altri organi, che con lui comunichino, nutrendolo dei propri frutti e informandolo di ciò che succede in periferia.
Pensavo, poi, a coloro che in un corpo maschile si sentono donne o viceversa, e mi chiedevo cosa dovesse avere la priorità. In questi casi l’unità corpo-spirito sembra essere contraddittoria, ma piuttosto che emarginarle come errori della natura, bisognerebbe lasciar manifestare la loro personalità. Come persone, hanno gli stessi diritti e gli stessi doveri di tutti; sono chiamate anche loro a vivere i loro talenti e a capire il loro ruolo nella società.
CHI SONO ? Sono un bambino che ha bisogno di tutto, si, sono come un bambino e sono madre che ama dare la vita. Sono fango nero che non serve, è vero, sono come il fango nero e sono spirito che vola liberamente.
Sono un passero che cerca il suo nido, sono come un passero che cerca e sono casa per chi non ha un tetto. Sono la notte che aspetta l’aurora, si, sono come la notte e sono luce per chi mi è vicino.
Sono mare che è in tempesta, è vero, sono come un mare in tempesta e sono silenzio che apprezza la tua presenza. Sono un povero che chiede pane, sono come un povero che chiede e sono cibo offerto a chi ha fame.
7° Lezione
“Osserva: L’ESSERE UMANO È SOCIALE, è fatto per gli altri e per stare con gli altri, lo dimostrano il pensiero, il linguaggio ed i suoi sentimenti. Aldilà del carattere, nessuno è fatto per stare solo, eppure quanta solitudine sperimenta il vostro cuore! anche se è attorniato da tanta gente. In realtà una persona rimane sola finché non trova posto nel cuore di un’altra, poiché la vera casa dell’uomo è l’uomo stesso”.
Riflettei a lungo su queste ultime affermazioni e pian piano esse gettarono luce sul disagio e sull’insoddisfazione che avevo provato stando con alcune persone. Per esempio, parlando o stando con alcune, avevo avuto l’impressione che la loro casa era troppo piccola per stare in due: erano egoiste e pensavano solo a loro stesse. Con altre era come se la loro casa avesse porte e finestre ben chiuse, o fosse circon-data da un alto muro: sapevano già tutto e non si mettevano mai in discussione. Altre persone si presentavano bene e mi ricevevano con un sorriso, ma era come se mi facessero restare alla porta senza dirmi: “entra”. Si parlava di tutto tranne che di noi. Altre ancora mi facevano entrare, sembrava che stessero parlando con me, ma poi avevo l’impressione che mi avessero lasciato solo, perché loro, più che a me, pensavano all’argomento di cui si parlava. “Solo l’amore ti da la capacità di saper essere presente e attento, farti fare l’esperienza di stare veramente insieme, poiché solo un cuore che ama capisce un altro cuore”.
Ho avuto la fortuna di stare con persone mature, sagge, aperte, con più esperienza, e allo stesso tempo anche molto semplici. Esse non erano arroganti, boriose, inavvicinabili, forse perché sapevano, sulla loro pelle, quanta fatica, quante prove, quante indecisioni, quanto impegno, quanta forza di volontà, quanto coraggio e quanto amore ci sono voluti per essere quello che erano, e certamente non si sentivano neppure degli arrivati. Quando stavo con loro, questa semplicità la respiravo nella loro umiltà, nell’attenzione che mi davano, nel profondo ascolto, nell’apertura di cuore e di mente, nella disponibilità. Mi sentivo considerato, trattato come un personaggio, e sentivo di ricevere non solo tutta la dignità, come non l’avevo mai sperimentata, ma anche tutta la fiducia, come di chi era disposto a giocarsi la sua vita per me. Spesso mentre parlavo di me e delle mie cose, mi accorgevo che la risposta nasceva dentro di me, senza che loro aprissero la bocca. Lontano dall’umiliarmi, dal deridermi, dall’accusarmi, erano capaci di illuminare i miei lati migliori, di stendere un manto di misericordia e comprensione sulle mie ferite, di farmi riassaporare il buon cibo della pace, della fraternità, del perdono, della speranza, della calma…
Con loro ho capito come possono andare insieme la giustizia e la misericordia, l’amore e il servizio, l’umiltà e la verità, l’attesa e l’operosità, la pace e la giustizia. Ho capito che non c’e bene gratuito che non porti con sé il sacrificio della propria vita.
“Socialità significa saper stare con gli altri e saper dialogare; questo suppone saper accettare tutte quelle differenze che gli altri ti propongono con la loro presenza. Socialità significa essere capace di accettare, comprendere ed andare aldilà delle diversità, che ti portano ad avere esperienze, pensieri e sentimenti diversi. Solo così avviene il vero incontro con gli altri, per scoprire con sorpresa che hai la stessa natura. Solamente allora sarà spontaneo chiederti COME SARESTI SE FOSSI AL LORO POSTO”.
Come sarei se fossi africano o indiano o se fossi donna? L’immaginazione correva non tanto all’aspetto esterno quanto allo stile di vita, ai sentimenti, ai pensieri. Mi resi conto che se un uomo vuole capire una donna, deve non solo “mettersi nei suoi panni”, cioè nelle situazioni in cui viene a trovarsi per il semplice fatto che è donna, ma anche nel suo animo, nella sua psicologia, nel suo modo di vedere la realtà. Diversamente egli si verrebbe a trovare nella stessa situazione di chi, conoscendo solo la sua lingua, vorrebbe dialogare con una persona di nazionalità diversa: il risultato sarebbe ridicolo e scadente. Capii che la stessa cosa vale per chi vuole capire un bambino, un anziano, un portatore di handicap, un detenuto, un ateo, un credente, uno di un’altra religione, uno di un altro partito politico, uno di un'altra regione geografica, uno di un altro mestie-re… insomma uno diverso da sé e dalla propria esperienza. Mi resi conto che immedesimarsi è semplicemente una condizione per comunicare con l’altro, al pari di conoscere la lingua della persona che si vuol comprendere e alla quale si vuol dire quello che si pensa.
“IMMEDESIMARSI, cioè farsi l’altro, vivere l’altro, non è così facile come cambiarsi l’abito, perché consiste nell’assumere realmente tutta la vita dell’altro e il suo modo di essere, ma ti aiuta ad aprire la mente, liberandola da pregiudizi e preconcetti; ti aiuta ad aprire il cuore, liberandolo da paure ed ignoranze; ti aiuta ad aprire l’anima, facendole sperimentare altre esistenze. Questa apertura ti farà comprendere il perché di molti atteggiamenti, di molte prese di posizione, di molte reazioni, e diventa come un ponte per oltrepassare i tuoi confini, per uscire da te, per scoprire nell’altro un simile, così uguale quanto diverso. Questo atteggiamento ti aiuterà a non guardare il mondo solo con i tuoi occhi, credendo che è vero solo quello che ti hanno insegnato o quello che ritieni tale in base alla tua esperienza. Questo atteggiamento ti aiuterà a non fare di te stesso, della tua vita, della tua patria e della tua religione il centro attorno al quale deve girare tutto”.
In quel momento pensavo alle dispute politiche o cattedratiche, pensavo ai tanti commenti e alle tante critiche che riempiono la vita di tutti i giorni dei comuni mortali. Mi rendevo conto come fosse facile sbagliare ed esagerare o addirittura inventare cose, parlando dal di fuori. Viceversa, per chi si immedesima, se capita che uno dissenta da quello che l’altro dice o fa, è perché conosce veramente l’altro. Se vorrà aiutarlo in qualche modo, lo farà non a modo suo o secondo i propri criteri e valori, ma saprà dare solo quello che l’altro realmente ha bisogno.
L’atteggiamento opposto all’immedesimarsi lo identificai nella “conquista”. Fu il sogno dei grandi Imperatori, non solo loro e non solo di ieri, quello di allargare il loro impero fino ai confini della terra e di poter assoggettare i vari popoli alla propria cultura. L’illusione di creare un unico popolo che stesse in pace, che è un bel desiderio, passava, però, per la strada del dominio e dell’imposizione delle proprie leggi, affinché i nuovi popoli vivessero e pensassero come loro.
Se uno ha fame, perché dargli da bere? Se soffre di fegato perché dagli una medicina per il cuore? Eppure facciamo la stessa cosa quando vogliamo aiutare gli altri, dando consigli, regalando il superfluo, facendo mille cose tranne l’unica cosa giusta, solo perché non ci siamo messi veramente in ascolto, anche delle cose che loro non dicono.
“E’ difficile rispettare l’altro senza comprenderlo, ma non c’è profonda comprensione senza immedesimazione! Questo altro è chiunque, di qualsiasi età e nazione. Questo altro è qua-lunque animale, del mare, della terra o dell’aria. Questo altro è qualun-que pianta. Questo altro è ogni cosa che esiste!”
Non credo a chi dice che mi ama se non mi rispetta, poiché non c’è amore senza rispetto. Non credo che possa rispettarmi chi non mi capisce, poiché non c’è rispetto senza comprensione. Non mi soddisfa la comprensione superficiale, ma quella profonda, poiché non c’è comprensione senza immedesimazione. Solo l’amore che parte dal cuore ha l’energia sufficiente per fare tutta la strada, per superare tutte le difficoltà e giungere senza falsità al cuore dell’altro, offrendo nient’altro che se stesso e la propria presenza come dono esistenziale.
“Se praticherai il metterti nei panni dell’altro capirai che tutte le leggi si possono riassumere in una: AMA L’ALTRO COME TE STESSO. Tratta l’altro come te stesso, non fare all’altro quello che non vuoi che faccia a te, non augurare all’altro ciò che non vuoi per te. Quello che auguri agli altri, l’energia che muove tutte le cose penserà a realizzarlo per te. Ricorda l’esempio del corpo; può il dito maledire la mano o la spalla senza ricadere su di lui ciò che dice? In fondo, amare l’altro è amare se stesso, per questo non dovrebbe essere considerata una buona azione. PRENDERSI CURA DI SE È PRENDERSI CURA DELL’ALTRO, VICEVERSA, PRENDERSI CURA DELL’ALTRO È PRENDERSI CURA DI SE” .
NON PENSAVO Non pensavo che io dovessi essere come l’aria: non si vede, ma può essere respirata da tutti. Non pensavo che io dovessi essere come l’acqua: non ha una sua forma, ma prende quella del vaso che ognuno possiede.
Ora so perché devo essere trasparente come l’aria: così potrà passare liberamente la luce del giorno. Ora so perché devo essere senza forma come l’acqua: così potrà bere liberamente ognuno nel suo bicchiere.
IL SOGNO
Una notte feci un sogno. Sognai un processo. La Natura processava l’Homo sa-piens.
“Entrino gli usurai, gli speculatori, gli sfruttatori, ma anche i banchieri, i professio-nisti, gli specialisti, tutti quelli che hanno fatto del denaro il loro idolo ed hanno vissuto per accumulare ricchezze, vendendo la loro merce e le loro prestazioni a un prezzo più caro del dovuto e comprando ciò che serviva a un prezzo più basso del suo valore. Entrino gli industriali, i proprietari di imprese, i datori di lavoro, i principi, i baroni, i duchi i regnanti, i proprietari terrieri, tutti quelli che hanno pagato poco e il più tardi possibile le persone al loro servizio, pretendendo il massimo delle ore”.
Sentii la Natura parlare così:
“Tutte le mattine il sole è sorto per voi, dandovi luce e calore senza chiedervi nulla in cambio; vi ha scaldato e illuminato non perché era sti-pendiato o adorato da qualcuno, ma perché era sole. L’acqua vi ha lavato e dissetato, non per simpatia o tornaconto, ma semplicemente perché era acqua. Come ogni albero dava la sua ombra e i suoi frutti a chiunque volesse raccoglierli, così ogni altra esistenza vi ha dato se stessa. La Vita vi ha preceduto e ogni giorno vi ha trattato con gratuità, affinché anche voi faceste altrettanto. Chi di voi ha pagato l’aria che respirava, senza la quale avrebbe avuto solo pochi minuti di vita? Chi di voi ha pagato l’acqua che veniva dal cielo e che alimentava ogni sorgente della terra, senza la quale il mantenersi in vita sarebbe stato solo questione di giorni? Chi di voi ha pagato la luce, il calore del sole e un’infinità di altre cose? Voi, invece, avete speculato sui debiti e sulle necessità altrui, senza nessuna comprensione e senza nessuna compassione. Quanto più guadagnavate, tanto più avari diventavate. Voi proprietari di terre sconfinate rubavate l’orticello del povero. Voi proprietari di molte case distruggevate la capanna del contadino. Voi che non vi stancavate di accumulare ricchezze con le vostre multinazionali vi lamentavate davanti all’indigente che non potevate dargli di più, eppure non vi auguravate il suo tenore di vita. Voi vi siete fatti pagare profumatamente le vostre consultazioni specialistiche, senza distinguere minimamente fra chi poteva e chi no. Ora io, per amore di coerenza, sono costretta a trattarvi come voi avete trattato gli altri e ad usare con voi la vostra stessa logica. Sono costretta a non regalarvi nulla, ma a chiedervi di pagare ogni cosa che avete ricevuto. Anzitutto vi chiedo di saldare il vostro debito esistenziale! Ogni essere umano, infatti, non ha potuto comprare i singoli pezzi che lo costituiscono, ogni organo e ogni cellula, né il brevetto del loro funzionamento”.
Timidamente si udì una voce: “Io posseggo molti ettari di proprietà”. E un altro, con voce più sicura: “Io ho giacimenti di petrolio”. Un’altra voce prese il sopravvento: “ Io sono padrone di molte miniere d’oro”. Molti altri volevano parlare, possedendo diamanti e riserve auree; altri ancora si domandavano se fosse sufficiente il loro capitale e preferirono anch’essi aspettare che si pronunciasse la Natura. Essa, dopo un interminabile silenzio, disse con e-strema calma e chiarezza.
“Ma tutte queste cose sono mie! Avete fatto voi la terra? Avete preparato e custodito voi, per millenni, il petrolio? Avete scelto voi gli atomi con cui formare l’oro o i diamanti? Non potete pagarmi con ciò che è mio! Con che cosa, dunque, pagherete gli organi che possedete e la vita che vi anima, così da riscattarvi ed essere autosufficienti? Datemi qualcosa di veramente vostro, almeno per pagare l’affitto di tutto quello che avete ricevuto e goduto!”
Essi però non trovarono nulla con cui riscattarsi e sentirono d’un colpo come se tutti i loro averi fossero una non moneta, o, più precisamente, fossero beni non propri. Sentirono che essi stessi non si appartenevano, poiché nessuno di loro poteva dire: “Ecco io mi sono fatto da me”. Il debito di ciascuno nei riguardi della natura era tanto più grande quanto più egli aveva ricevuto e goduto! Alcuni pensarono allora di offrire il frutto del loro genio e delle loro mani: le loro invenzioni o le loro opere. Dissero i Faraoni: “Ti offriamo le Piramidi. Anche se il materiale è tuo, non puoi negare che è un’opera dell’ingegno umano che noi abbiamo voluto e realizzato”.
”Voi ? – disse la Natura – Non siete stati voi a progettarle e non siete stati voi a costruirle. Figli di dei vi facevate chiamare, volendo per voi un luogo sicuro e sacro per le vostre spoglie, ma le piramidi portano im-presse il sudore di chi ha lavorato, il sangue di chi è caduto morto o non ha retto alla fatica, l’umiliazione di chi era considerato solo un manovale. I progetti dei vostri ingegneri e il lavoro degli scalpellini per me valgono più di tutte le vostre idee. In verità voi non avete nulla di veramente vostro da offrirmi, che non sia ingiustizia, oppressione, vanità, falsità e il-lusione”.
Nessuno più osò parlare, il silenzio si fece interminabile e con esso la sensazione di aver sbagliato tutto, percependo la propria vita come un grande ed irreparabile fallimento.
“Voi vi siete comportati non come siete stati trattati da me che vi ho dato tutto senza chiedervi nulla in cambio. Poiché voi avete ricevuto molto ma avete dato poco. Poiché avete accumulato invece di condividere. Poiché vi siete arricchiti rubando e imbrogliando ai poveri. Poiché avete escluso dalla vostra fortuna gli indigenti e i disperati. Poiché vi siete fatti pagare profumatamente e non avete fatto nulla senza riceverne prima un guadagno, vi trovo colpevoli di incoerenza, ma la vostra pena sarà coerente con il vostro comportamento: D’ora in poi vi sarà tolto ciò che non potete pagare! Questa sarà la vostra condanna: Avrete gli occhi ma non la visione; avrete orecchie, ma non l’udito; avrete un cervello, ma non capirete; avrete la sessualità, ma non la voglia; avrete lo stomaco, ma non la fame; avrete la vita, ma non la voglia di vivere, avrete tanta gente attorno, ma vi sentirete soli; avrete l’universo davanti a voi, ma il non senso dentro di voi”.
6° Lezione
Le sensazioni provate durante il sogno mi accompagnarono per diversi giorni, era come quando qualcuno dice una verità scomoda su di te: fa male, ma non puoi ribattere perché è palesemente così. Avevo bisogno di assimilare queste semplici e profonde verità che la Natura mi confidava, e non potevo che esserle grato. Ero sereno perché stavo in buone mani e disposto a continuare ad ascoltarla. Un sera mi trovavo insieme con i miei genitori, mio padre sonnecchiava su una sdraio e mia madre stava facendo un maglione di lana. Mi gustavo la scena, piena della loro presenza.
“Rifletti: NON C’E’ VITA SENZA CONDIVISIONE! Niente e nessuno nasce senza il contributo di altri. Proprio perché si nasce da altri, è a livello strutturale che ognuno porta in se ciò che gli altri gli hanno dato. Ogni esistenza è la condivisione vivente, essendo fatta di materiale altrui, quello di chi l’ha generata. E’ nelle tue cellule che porti tutti quelli che ti hanno preceduto, dai tuoi genitori fino al primo uomo”.
Il condividere la stessa materia con tutte le cose, mi aveva fatto sentire una creatura fra le creature, ora, il prendere coscienza che nei miei geni portavo tutti quelli che mi avevano preceduto, mi fece sentire “umanità”. Tutti i miei antenati non potevo più considerarli “altri”, ma realmente, geneticamente e profondamente parte di me. Siamo concretizzazioni della condivisione! Non ci sarebbe vita fisica, né spirituale; non ci sarebbe esperienza umana, progresso, evoluzione, senza un dare e un ricevere. Insomma non è solo per nascere, ma è soprattutto per vivere e per crescere che c’è bisogno di condividere. In effetti per crescere e maturare abbiamo condiviso la stessa casa, le parole di un linguaggio, i pasti, gli affetti, i sentimenti, gli ideali. Se essere creature significa essere dono, per se e per gli altri, se la vita è un dono e vivere pienamente significa donarsi, Il condividere è la concretizzazione di questo donarsi.
“CONDIVIDI QUELLO CHE HAI, non come un gesto matematico di dividere in parti uguali. Non tutti gli alberi hanno bisogno della stessa zolla di terra per crescere, alcune piante si seccano se non le innaffi ogni giorno, altre invece marciscono se non dai poca acqua; alcune amano stare in pieno sole per dare il meglio di sé, altre prediligono l’ombra e al sole vedrebbero bruciarsi le loro foglie. CONDIVIDI QUELLO CHE SEI, nel dialogo e nella comprensione. Il condividere è amore in pratica, per questo è capace di farti uscire dal guscio del tuo io, della tua famiglia, della tua patria, della tua cultura e ti rende aperto e disponibile non solamente a dare, ma anche a ricevere e ad accettare quello che è diverso”.
Mi venivano in mente le liti in famiglia, quando un genitore lascia i suoi beni ai figli: ognuno si lamenta di aver ricevuto di meno. Eppure anche quando erano piccoli il trattamento non poteva essere uguale. Se uno aveva più fame era libero di mangiare due piatti e l’altro non si sentiva di recriminare solo perché si saziava con un piatto. Se uno era ammalato le spese mediche erano per lui, specialmente se a-veva dei problemi seri di salute. Forse un genitore deve tenere un libro delle uscite con tutte le voci che riguardano i vari figli e prima di morire, tirare le somme per avere la coscienza di aver dato e lasciato a tutti in parti perfettamente uguali? E’ giusto e sensato questo modo di procedere? O non è più giusto che il meno fortunato, in tutti i sensi, dalla salute cagionevole, al salario, alle cose che la vita gli ha riservato, possa lecitamente ricevere un aiutò in più rispetto al fratello che ha avuto in dote una salute più robusta, opportunità migliori, un lavoro meglio retribuito, una famiglia più agiata? Si pretende una uguaglianza matematica che in natura non esiste. Ero però cosciente che gli imbrogli esistono anche tra fratelli con le relative famiglie e conoscevo molti che quando si trattava di essere al servizio dei genitori anziani, la disponibilità non c’era mai, per mille motivi, quando si trattava di dividere erano puntigliosi fino al centesimo.
Similmente mi venne spontaneo considerare quella uguaglianza messa in pratica in certi paesi Comunisti, dopo anni di lotte di classe e l’eliminazione “ovvia” di chi aveva beni, di chi aveva titoli di studio, di chi la pensava diversamente, hanno sa-puto dare alla massa dei cittadini “compagni” , per sentirsi uguali, solo una stessa divisa e una stessa situazione economica che non aveva nulla a che vedere con le promesse fatte. Tutto ciò, quasi fosse un privilegio, costava anche la libertà di pensare diversamente. Preferisco il comunismo della natura che, nella sua casa comune, non fa le cose in serie; neppure un albero e neppure una foglia di un albero è uguale a un’altra, eppure ogni cosa ha il necessario per vivere ed essere se stessa.
Quando manca il senso dell’altro, anche il condividere ciò che si è diventa una ingiustizia di nome “conquista”. Fino a pochi decenni fa le Nazioni evolute colonizzavano, esportando i propri valori scritti più sulla carta che nella vita di tutti i giorni, imponendo ad altri popoli una fede o una democrazia, senza sforzarsi di capire la loro cultura e rispettare i loro ritmi di adattamento. Su un altro versante è sempre esistito il fare proseliti, convincere a un ideale religioso, a una idea politica, a un programma di setta, di partito, di gruppo. L’autenticità delle intenzioni proclamate “per il bene comune”, spesso era smentito dai fatti.
Anche oggi l’uomo, il cittadino, l’operaio, il fedele, l’iscritto, sono invitati ad essere al servizio di una causa superiore, mentre dovrebbe essere viceversa. E’ l’uomo la causa superiore verso cui devono convergere gli sforzi scientifici, tecnologici, morali, religiosi, sportivi, ecc. organizzati per la sua realizzazione. Non esiste un dare se stessi se non attraverso il dare le proprie cose, a cominciare dal superfluo e da ciò che non ci serve più, ma questo non si può chiamare condivisione. Se due amici condividono un pranzo, non è possibile che uno mangi gli avanzi dell’altro!
Cominciavo a capire un po’ di più in che cosa consistesse quel mangiarsi reciproco. Mangiarsi non come possesso, ma come condivisione reciproca di ciò che si ha e di ciò che si è. Il darsi reciproco è anzitutto un dare se stessi, altrimenti dare le cose è spersonalizzante, non crea conoscenza né comprensione.
“Dai e ti sarà dato, poiché quello che semini raccoglierai. La verità che trovo scritta nella mia natura è che chi dà si arricchisce prima ancora di ricevere un compenso. Colui che non ha imparato a dare e a darsi, è come un organo non integrato nel resto del corpo. La tavola piena di cibi succulenti, è stata imbandita nei miliardi di anni che ti hanno preceduto, hai diritto a prendere, ma hai il dovere di dare. Dà, senza interessi, senza aspettarti niente, senza essere ringraziato, senza sce-gliere a chi, senza che chi riceve se ne accorga; dà a chi le circostanze ti mettono davanti. Dà quello che ognuno ti chiede; può essere il tuo tempo, un tuo parere, la tua pazienza, il tuo perdono, un qualsiasi aiuto: soldi, vestiti, cibo, fiducia, rispetto. Tu darai a uno, ma riceverai da un altro, riceverai da chi meno te lo aspetti, anche sconosciuto; a volte lo stesso giorno, a volte anche dopo anni; riceverai più di quello che avrai dato. La tua prima ricompensa sarà il sentirti vibrare all’unisono con la Vita; farai l’esperienza di sentirti liberato dalla logica comune di tutti i giorni, dove nessuno fa niente per niente. Non resterai deluso. Vedrai che le risposte non saranno “coincidenze”; sarà sempre così e non ti mancherà nulla nella vita, soprattutto quelle cose che non sono in vendita. La Benedizione ti avvolgerà e ti proteggerà, perché tu entrerai in casa con la chiave della porta della vita. La chiave è il dare, la porta è l’amore, la casa è l’esistenza. Colui che entra, comprenderà tutto, conoscerà tutti e sarà in comunione con tutti”.
Riflettevo su questa chiave speciale che è il DARE e mi andavo convincendo che il battito della vita è questo: un continuo passare dal ricevere al dare. Per vivere noi respiriamo: riceviamo aria nei polmoni, diamo aria svuotandoli. Il nostro cuore batte: riceve sangue dalle vene, da sangue alle arterie. Guai se sulla terra non ci fosse l’alternanza tra caldo e freddo, tra notte e giorno. E’ il pulsare di ogni cosa che cresce e si sviluppa, Questa alternanza non può fermarsi. Se il cuore non battesse più, se il respiro restasse fermo, noi sperimenteremmo la morte. Constata-vo ancora che occorre tacere per ascoltare, riposare per continuare ad agire. Occorre inghiottire il boccone che uno ha in bocca per poter accoglierne un altro e occorre svuotare i polmoni per poter ricevere nuova aria. Se le mani sono vuote cosa po-tranno dare? ma se esse sono piene cosa potranno prendere? Nessuno potrà amare se non è stato, prima, amato. Le nostre azioni hanno bisogno di vibrare con questo ritmo universale. Invece, istintivamente, ci si ferma nel prendere, nell’afferrare, nel ricevere, nell’accumulare, nel possedere, dal “è mio” possessivo del bambino ai grandi possedimenti dei ricchi; le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: Il divario tra ricchi e poveri e tra paesi industrializzati e terzo mondo.
“Fra le cose create non c’è pienezza di vita solo nel dare o solo nel ricevere, solo nel parlare o solo nell’ascoltare, solo nell’amare o solo nell’essere amati, solo nell’interiorità senza uscire da se, solo nel pensare senza agire… ma nell’alternanza dei due aspetti, che puoi trovare, equilibratamente, nella collaborazione, nel dialogo, nel mettere in comune. CONDIVIDERE SIGNIFICA PENSARE A SE STESSI SENZA DIMENTICARE GLI ALTRI.”
IL MENDICANTE Ero andato mendicando di uscio in uscio lungo il sentiero del villaggio, quando, nella lontananza, apparve il tuo aureo cocchio come un segno meraviglioso; io mi domandai: Chi sarà questo Re di tutti i re? Crebbero le mie speranze e pensai che i miei giorni tristi sarebbero finiti; stetti ad attendere che l’elemosina mi fosse data senza che la chiedessi, e che le ricchezze venissero sparse ovunque nella polvere. Il cocchio mi si fermò accanto. Il tuo sguardo cadde su di me e scendesti con un sorriso. Sentivo che era giunto alfine il momento supremo della mia vita. Ma Tu, ad un tratto, mi stendesti la mano dritta dicendomi: - Cosa hai da darmi?- Ah!, qual gesto regale fu quello di stendere la tua palma per chiedere a un povero! Confuso ed esitante tirai fuori lentamente dalla mia bisaccia un acino di grano e te lo diedi. Ma qual non fu la mia sorpresa quando, sul finir del giorno, vuotai per terra la mia bisaccia e trovai nello scarso mucchietto un granellino d’oro! Piansi amaramente di non aver avuto il cuore di darti tutto quello che possedevo. (Rabindranath Tagore)
5° Lezione
“Osserva: NON C’E’ INGANNO NELLE COSE CHE ESISTONO. Se io volessi ingannarti ti farei vedere una cosa per un’altra, ti farei mangiare una pietra facendoti credere che è un pezzo di carne. Mentre guidi una macchina ti farei calcolare male le distanze e gli ostacoli, pro-vocandoti danno. Invece ogni cosa è genuinamente se stessa ed è chiamata ad interagire con le altre, secondo la natura di entrambe, per creare novità, nuovo equilibrio, nuova armonia, nuovi mondi conformi alle nuove esigenze. Non c’è inganno nelle cose che esistono poiché la Verità è il fine ultimo di ogni esistenza, perciò è la condizione essenziale per costruire il futuro. Verità è la LIBERTÀ DI ESSERE SE STESSO. Verità è la UGUAGLIANZA IN DIGNITÀ. Verità è la FRATERNITÀ CREATURALE.”
Combattere l’ignoranza, ovvero comprendere la realtà sempre più completamente e profondamente, mi sembrò che fosse la finalità della vita del genere umano. In tal modo esso non solo avrebbe compreso se stesso ma il perché di questa avventura che chiamiamo esistenza. Abbiamo bisogno di conoscere e di sapere la verità, eppure il rischio che l’ignoranza ci inganni c’è sempre, non solo perché quello che ancora conosciamo di noi e dell’universo è molto poco, forse neanche il cinque per cento, ma anche perché tendiamo a sopravvalutare queste conoscenze rispetto a quello che non sap-piamo, facendocene ideologie sociali, politiche e scientifiche che impacchettano la nostra vita escludendo quelle cose che non sono incluse in esse. Ci rendiamo conto che quelle ideologie sono false per il fatto che ci lasciano vuoti e delusi.
Constatavo che l’inganno non propone mai qualcosa per cui non valga la pena spendersi: la propria realizzazione, la felicità, il superamento di ogni necessità. Questa tattica antica è vicina a noi tutti i giorni in tutte le forme di pubblicità. Ci vengono mostrate persone che sorridono felici. Molti spot pubblicitari di pasta, den-tifrici, cellulari, ecc sembrano animazioni dei periodici dei Testimoni di Geova, quando descrivono il regno che verrà: in un ambiente naturale paradisiaco tutti sorridono felici. Inganno è far credere che “mangiando quella mela” o possedendo quella macchina o vestendo in quel modo o andando in villeggiatura si è automati-camente felici, sereni, senza problemi, si sta in simpatica compagnia, si è ammirati, si ha successo, si è ottimisti, si è qualcuno. Già, si cerca di essere qualcuno possedendo cose, pensando che si vale di più perché si ha di più. Esaltarsi, cioè credersi più di quello che si è, oppure credere che si è grandi, belli, potenti, intelligenti per merito proprio o perché si possiedono molti beni, è affermare una menzogna, è vivere in una illusione che, presto o tardi, lascerà a mani vuote, umiliati, svuotati, falliti.
“Spesso amate la verità quando dovete dirla agli altri, mentre avete molti alibi per non amarla quando sono gli altri che ve la proclamano. Non la accettate perché non tutto quello che vi dicono è vero, oppure perché il modo in cui ve lo dicono non è delicato, oppure perché le cose dette vengono da un pulpito sbagliato. Se amate la verità, abbiate la coerenza di cercarla, riconoscerla e abbracciarla dappertutto. Non rifiutatela la dove otto cose su dieci non sono vere. Non rifiutatela perché proviene da chi è nemico o peccatore, da chi è di un’altra religione o di un’altra cultura o di un altro partito politico. Non rifiutatela perché viene detta gridando o insultando o criticando. Se la rifiutate, alla vostra vita mancherà sempre quella luce e non giungerete alla completezza della verità. La sincerità non manipola la realtà per adattarla a se stesso, ma rinnova continuamente la propria vita per adattarla al futuro che viene”.
La vita ha tanti aspetti, come la realtà, perciò, per combattere e sconfiggere l’ignoranza è necessario l’impegno e la collaborazione di tutte le discipline, di tutte le scienze, di tutte le esperienze. Ciò che vale nel rapporto fra persone, per superare i pregiudizi e comprendersi, vale nel rapporto interdisciplinare, per valutare e farsi valutare. Ogni cosa è chimica, fisica, matematica, luce, suono, forma, energia, movimento, trasformazione e, pur essendo strumenti o linguaggi diversi, tutti suonano lo stesso spartito musicale e cantano la stessa canzone.
Avevo sperimentato che ognuno cerca e approva con facilità quello che gli piace, mentre non è altrettanto aperto e attento per le cose che non lo attirano, avvolte semplicemente perché teme sconvolgimenti nelle idee o convinzioni che ha. Avevo anche notato che dalle persone simpatiche accettiamo idee e atteggiamenti che in altre non avremmo mai approvato. D’altra parte sapevo quanto è difficile proclamare la verità in faccia, anche se è un familiare o un amico, anche se le intenzioni sono limpide e prive di interessi, anche se si ha a cuore il bene dell’altro e si vuole evitare che sbagli. Succede che l’interessato si irrita, si offende, si arrabbia…e non mi parli più, o peggio, che me la faccia pagare. E’ più facile essere diplomatici e chiudere un occhio con tutti; è più comodo non farsi nemici o fare gli indifferenti; molto meglio non parlar male di nessuno e soprattutto non rinfacciare l’ingiustizia che egli sta compiendo. Sono pochi quelli che cercano la verità, senza usare due pesi e due misure: giornalisti, magistrati, missionari, sconosciuti… quando la gridano ai quattro venti finiscono presto i loro giorni, vittime e martiri dei complotti di coloro che non vogliono che si sappia chi essi sono e cosa fanno.
4° Lezione
“Osserva: OGNI PERSONA ESISTE GRATIS! Nessuno ha dovuto pagare nulla per ricevere il suo corpo, né la vita che lo anima. Poiché si chiama regalo ciò che si riceve senza essere chiesto, senza essere né meritato né pagato, altrimenti sarebbe ricompensa, merito, salario, ne consegue che ogni cosa che esiste gratis è un regalo, un dono. Il primo regalo che hai ricevuto sei tu stesso! Unico e irripetibile. Essere creatura significa essere dono: esiste come un regalo! Ogni creatura è dono anzitutto per se stessa, per questo finché esiste ha diritto di essere se stessa. Diritto di vivere, di crescere, di sviluppare le sue capacità. Poi, quando giunge a far maturare il suo dono, non solo è pienamente se stessa, ma può essere dono anche per gli altri”.
Con stupore non mi stancavo di ripetere: "Io sono il regalo della Vita a me stesso! Il primo regalo che ho ricevuto è la mia persona. Io sono unico e irripetibile". Mi rendevo conto che una persona non ha nulla da dare se non è se stessa, che non può sperimentare la gioia di darsi se quello che da non è farina del suo sacco. Una persona è un progetto fallito, se non realizza se stessa, però è difficile e ci vogliono tante condizioni: una famiglia, una casa, una istruzione, un lavoro: sono tutti diritti.
Non basta che la natura riempia di talenti ogni nuova esistenza, occorre che la famiglia e la società nelle quali si nasce, creino quelle condizioni e quelle possibilità che siano capaci di mettere in luce, sviluppare e moltiplicare queste capacità. Ogni società, attraverso leggi, istituzioni e tutti gli strumenti di cui dispone, ha la responsabilità di permettere alla vita delle persone che la compongono, di realizzarsi. Realizzare la propria unicità, la propria personalità, i propri talenti.
“Rifletti: Se l’aria, l’acqua, la luce, i frutti… sono per voi, per chi siete voi? Non dovete voi pure essere per gli altri? Non siete creature voi pure come tutte le altre cose che esistono? SIETE FATTI GLI UNI PER GLI ALTRI! Come nessuno nasce da sé, ma da altri, allo stesso modo nessuno è chiamato a vivere per sé ma per gli altri. Siete un regalo non solo per voi ma anche per gli altri. “Io sono nato per te. Vivo per te. Tu sei la mia vita. Grazie perché ci sei”. Queste frasi ha diritto di dirle non solo un innamorato alla persona amata, ma ogni cosa che esiste nei riguardi di tutte le altre, senza escluderne nessuna. Niente è inutile, nessuna esistenza è insignificante, nessun ruolo è secondario. Ciò che ora puoi imparare non viene da un solo uomo né da un solo popolo. Per tutti è la voce di chi canta, per tutti è la scoperta o l’intuizione di uno, come tutti ora condividete il linguaggio e il sapere acquisito nei millenni”.
Non suonava male dire all’acqua: “tu sei la mia vita!”, oppure, mentre respiravo, dire all’aria: “come farei senza di te?”. Dubito che qualunque essere al mondo farebbe il cambio con un’altra cosa. Ma se pensavo alle persone, non mi riusciva facile applicare la stessa realtà a tutte. Avevo sotto gli occhi la rivalità che ci anima già a partire dalla stessa famiglia, tra fratelli, poi tra città vicine, ed i derby sportivi ne sono la prova, poi tra regioni diverse della stessa nazione, tra nord e sud, e ancora per motivi di razza e di discendenza.
Più riflettevo e più mi rendevo conto che ogni differenza non accettata diventa un pretesto per vedere nel “diverso” un rivale ed un nemico. Basta avere un’altro sesso, un’altra età, un’altra cultura, altre idee, altri obiettivi, per essere rifiutato, sottovalutato, emarginato, o addirittura attaccato ed eliminato. I pregiudizi, i tabù, l’ignoranza ci tengono a distanza dagli “altri”, impedendoci di conoscerli ed alzando muri divisori tra noi.
“Se consideri gli altri come realtà da usare e da sfruttare, sei sulla strada sbagliata, poiché ciò che vale per gli altri varrà pure per te, e tu non vuoi essere usato ne sfruttato. Tutto quello che sei, anima e corpo, tutto quello che possiedi, fisicamente e spiritualmente, tutti gli affetti, i sentimenti, gli istinti, i desideri, le speranze… tutte queste cose sono doni che hai ricevuto sia per essere te stesso sia per essere a favore e a servizio degli altri. Potresti immaginare il tuo occhio, o il tuo piede, o la tua mano, o il tuo cervello o un organo qualsiasi fare vita a se e pensare che basti a se stesso? Se ognuno di essi pensasse di essere un progetto completo invece di sentirsi l’occhio, la mano, il cervello di un essere umano, assieme alle altre parti con le quali deve non solo collaborare, ma sentirsi lo stesso corpo, non ti sembrerebbe una pazzia?”
Rimasi piacevolmente sconvolto da queste considerazioni e mi sembrò iniqua quella gestione della nostra vita e dei beni che passano tra le nostre mani, che tende ad usare le persone per i nostri fini, a difendere coi denti il nostro patrimonio e ad accrescerlo. Può una mano disinteressarsi se il piede va in cancrena? Può un a pancia pensare solo a riempirsi fregandosene se il cuore è a rischio di un infarto? Ma, in realtà, noi non ci sentiamo una sola umanità, abbiamo troppe inibizioni per sentire anche le altre razze e le altre culture facenti parti del nostro stesso destino.
“Ricordi quando ti sei innamorato?”.
Ripetevo il suo nome mille volte al giorno. Cercavo lei dappertutto e in ogni cosa la incontravo. Camminavo e lei era con me, guardavo ed in ogni cosa c’era sempre lei. Non mi sentivo più solo perché lei era con me, era in me più di me. Era in me come un dono immenso mai meritato. Sembrava che senza di lei io non riuscissi più a vivere, mentre con lei ogni cosa si vestisse di nuovo significato. L’amore per lei mi trasformava e ogni istante mi faceva nuovo.
“Hai capito che il miglior regalo per lei eri tu e per te era lei? Hai capito che l’amore non si compra né si impone e, al pari della perso-nalità, vive di coscienza, di libertà, di volontà, di responsabilità, di dedizione e mal sopporta sia l’inganno, sia l’essere usato? L’amore vero può essere solamente gratuito e disinteressato”.
Quando ci si innamora, si è capaci di uscire da sé per vivere l’altro, comprenderlo e desiderare il suo bene; si è capaci di fare qualsiasi sacrificio per stare con l’altro e condividerne l’esistenza.
“Credi che questo esista o debba esistere solo tra innamorati, e per giunta solo tra i pochi innamorati che reciprocamente si capiscono, si apprezzano e si aiutano? L’innamoramento è l’occasione per capire cosa significa amare, è una situazione che sviluppa tutte le capacità dell’essere umano e lo rende creativo. L’errore e relegare questa esperienza a quella occasione, spesso passeggera, senza capirne la lezione umanizzante: il cuore si è aperto e le qualità si sono risvegliate affinché ognuno sia se stesso e sia capace di esserlo con tutti, proprio come fa il sole, l’acqua ed ogni altra cosa che esiste. L’unica relazione degna dell’essere umano è quella che porta ad amare l’altro solamente perché questi esiste, non per quello che fa, pensa o crede, non per le qualità che ha, ma solamente perché è creatura come lui”.
Avevo molti amici, con i quali mi sentivo unito perché condividevamo esperienze e interessi, o, come con altri, condividevamo la fede o le idee. Ma avevo già visto e considerato che, quando alcuni cambiavano idea, esperienze, o anche solo paese, finiva l’intesa e nasceva l’indifferenza. Una relazione così, effettivamente, non si merita una buona definizione. Per meritarsela dovremmo essere semplicemente “umani”: con il buono e il cattivo, con il ricco e il povero, con il grande e il piccolo, con il simpatico e l’antipatico, con il credente e l’ateo, con chi è del nord e chi è del sud, solo perché è una creatura, invece, pur essendo esseri sociali, è difficile che la relazione non sia interessata, fosse anche per una finalità sublime.
“Nella relazione hai l’opportunità di scoprire non solo gli altri, nella misura che li lascerai esprimere per quello che sono, ma soprattutto hai l’opportunità di scoprire te stesso, constatando quello che sei capace di fare e di sentire per loro, se altruismo o egoismo, compagnia o isolamento, invidia, gelosia, inganno, sfruttamento… o l’opposto”
Nei giorni che seguirono mi sembro che la Natura mi stesse vicino e mi invitasse a vivere ogni attimo come se fosse un regalo, già confezionato, della vita; essa me lo offriva ed io dovevo accoglierlo come un dono per me, fiducioso che ogni cosa avesse un significato.
”Ti rivelerò una cosa importante. Sei abituato a considerare la vita come un periodo di anni durante i quali realizzi tante cose, in realtà il passato non c’è più e del futuro non hai certezza, invece l’unico momento reale è l’attimo presente, quello che stai vivendo. In esso c’è tutto il passato tuo e dell’universo, che diventa tempo presente, tempo propizio, tempo reale, tempo da vivere coscientemente, capendo, scegliendo, gustando tutta la grazia di quel momento, tutta la gratuità delle opportunità, tutto l’entusiasmo di poter agire. Non farti distrarre dal prima o dal dopo, dalle cose da fare, dagli appuntamenti. In questo modo non vivi, non incontri nessuno, non ti soffermi a capire cosa ti vuol dire la vita. La tua vita è unica e si costruisce con tutti gli avvenimenti che ti sfiorano ogni istante, ma devi essere tu ad esserne cosciente, ad ascoltarne non solo parole staccate, bensì tutto il discorso, e capirai, e crescerai, ma soprattutto berrai dalla fonte della vita che ti si dona nell’unico istante che ti si da, quello presente, dandoti quello che in quel momento hai bisogno; spingendoti verso quelle novità che lei stessa sta costruendo, momento per momento”.
Imparai a non ritenere casuale, o inutile, o perdita di tempo, l’incontro con la per-sona che avevo davanti in quel momento; viceversa, lo consideravo provvidenziale, a proposito, utile per me o per lei. Imparai a non perdere la pazienza di fronte ad un contrattempo, sia esso un avvenimento, un imprevisto o una persona lenta e noiosa, che cambiava i miei piani e mi faceva arrivare in ritardo a un appuntamento.
Con il tempo imparai a non giudicare negativamente tutto quello che non andava come io avevo programmato o avevo desiderato, né mi facevo condizionare dalla noia per quello che non era secondo i miei gusti. Cominciai a non guardare con sospetto ogni novità; viceversa, come si fa con un regalo quando lo si apre pieni di curiosità, lo accettavo ringraziando.
Imparai pure a prendere in considerazione tutto quello che mi succedeva, dalle cose più insignificanti e ordinarie a quelle più importanti o a cui ci tenevo, poiché tutte le cose potevano essere guardate con occhi diversi, con interesse diverso, con significato diverso. Molte volte quel diverso diventò novità, e mi rivelò cose nuove e attuali, come se fossero le parole di chi voleva comunicarmi quello che non sapevo.
Tutte le volte che facevo questo, sentivo che stavo vivendo la vita per davvero, che era diverso dalla fiction dell’abitudine, dei pregiudizi, dei programmi scritti nell’agenda, ed in quello che la vita mi offriva, sperimentavo la realtà. Capii che come il mio cuore non può smettere di battere affinché io viva, così la vita non smette di offrirmi incontri, suoni, immagini, sensazioni, emozioni, che mi danno la possibilità di capire, di crescere, di maturare. E mi sembrava di udire la Natura canticchiare:
“Se ogni cosa è dono d’amore per tutte le altre cose che esistono, come vuoi che si realizzi concretamente tutto ciò, senza accettare, aprire e comprendere il regalo che ti è dato in ogni momento? Ma a programmare tutto, ogni giorno, non sei tu, è la vita”.
3° Lezione
“Osserva: NESSUNO SI È FATTO DA SÉ! Tutto ciò che esiste ha un genitore o una causa che lo ha prodotto. Siete “creature” perché siete nati da altri. Nessuno ha potuto scegliere se stesso: se essere uno spirito senza materia, se essere un uomo o un animale o una pianta; se essere acqua o aria o fuoco o roccia. Nessuno di voi ha scelto il suo sesso, la sua statura, l’aspetto, le qualità, quando e dove nascere”.
Se nessuno si è fatto da sé e nessuno ha potuto scegliere chi essere, non ha motivi per vantarsi. Niente Maestà, Eccellenze reverendissime né “divinità”, dunque, fra le cose che esistono. Né il sole, né il fulmine, né un animale, né un uomo privilegiato che si faccia chiamare Faraone, Imperatore, Zar, Scelto da Dio per essere più importante, per essere servito, per essere obbedito e soprattutto per essere venerato. Il campione, lo scienziato, l’intellettuale, l’artista, l’astuto, il professore, il santo, l’eminenza, il superdotato, non dovrebbero mai dimenticare che quello che sono lo hanno ricevuto dalla stessa mensa della vita alla quale siamo seduti tutti con un u-guale Invito e Diritto.
Sapevo che nelle epoche passate alcuni elementi naturali erano adorati come divinità, soprattutto quelli riconosciuti importanti per vivere, come pure alcune persone erano considerate incarnazioni delle divinità. Oggi invece sono le qualità, reali o presunte, che sopraelevano un personaggio, quando non è egli stesso, con la violenza fisica prima e ideologica poi, a proporsi e imporsi agli altri, come nel caso dei tanti dittatori che ancora prolificano in molte nazioni del mondo. Loro si fanno servire, obbedire, venerare come “padri” della nazione. Quanta libertà poteva e può dare questa semplice affermazione: tutti siamo creature!
Nessuno dovrebbe vantarsi di quello che è, poiché lo ha ricevuto, ed anche tutto quello che sa e sa fare lo ha imparato da altri. Mi soffermai a lungo assaporando, quasi estasiato, questa che mi sembrava una verità, finché il contatto con la realtà mi fece pensare a tutti gli “specialisti” di un mestiere, di una scienza, di un’arte o di uno sport, che, soddisfatti dei loro risultati, sanno che sono molto apprezzati e valutati, perciò si fanno pagare bene le loro prestazioni. D'altronde, hanno dedicato molti anni della loro vita a impegnarsi per raggiungere quei risultati. Eppure tutto è stato possibile sia grazie ad un corpo umano efficiente che hanno ricevuto, sia grazie all’esperienza dei maestri dai quali hanno potuto imparare. Qualcuno può forse dichiarare che ha imparato da solo a parlare, a leggere, a capire, a saper fare quello cha fa?
In ogni caso, essere bravo non significa essere migliore, perciò nessuno ha diritto di sentirsi superiore agli altri o privilegiato perché è più grande, più forte, più bello, più intelligente, più ricco, proprio perché quello che ha e quello che è lo ha ricevuto, dalla natura o dagli altri. Può essere soddisfatto come lo è il contadino che mostra il suo orto pieno di frutta e verdura, risultato non solo della sua dedizione, ma dell’aver capito le capacità di ogni pianta e di averle permesso di fruttificare meravigliosamente.
Riflettevo sul fatto che da un operaio può nascere un genio della musica o della pittura o della fisica, ma non è detto che i figli di questi ultimi possano essere anch’essi dei geni. Un genio ha delle capacità che gli rendono facile la comprensione di ciò che ad altri costa fatica, eppure non è merito suo averle ricevute. C’è chi riconosce le note musicali come fossero parole e capisce quale stato d’animo avesse il compositore quando ha composto un’opera; un altro invece esegue equazioni matematiche con la stessa facilità con cui la maggior parte degli studenti eseguono le addizioni. Essi trovano in sé queste capacita e le usano con naturalità.
Vantarsi di quello che si è, somiglia all’atteggiamento di chi si vanta della macchina avuta in regalo, come se l’avesse comprata con i propri risparmi. Molte persone si sentono “qualcuno” quando hanno una divisa; dentro di essa si sentono speciali, scelte, piene di potere, di dignità, alcune, piene di bellezza, di simpatia, di bravura, altre. La divisa esprime molto bene il loro animo e il loro modo di trattare gli altri: come si fanno rispettare! Come si fanno obbedire! Come si fanno ammirare, acclamare, applaudire ed osannare! Per Altre persone la laurea, l’incarico, il posto di responsabilità, il posto pubblico, sono considerati un privilegio che li pone nella crema della società. Meritevoli o no, c’e tanta voglia di apparire, di essere importanti rispetto alla massa anonima e priva di valore. Ora che sono giunti a conquistare una posizione, finalmente posso-no dire agli altri cosa fare, sono degni di ammirazione e di rispetto a tal punto che in certe occasioni la frase di rito è: “lei non sa chi sono io!”.
Da quel posto privilegiato, gli altri sono considerati come oggetti, come numeri, come cose di poco valore e come ogni rapporto con gli oggetti che usano nella vita, nei loro riguardi sono distratti, banali, superficiali; quando servono, sono usati e quando non servono, sono dimenticati. Pensai a tutte le volte che mi sono sentito prima usato e poi messo da parte, a volte molto elegantemente, a volte sfacciatamente: dal compagno di scuola che faceva finta di non conoscermi, dall’amico che, da quando frequentavo altre persone, non mi salutava più, dal conoscente bisognoso, solo finché ne aveva bisogno.
Anche se viviamo nella società dei consumi, basata su “compra, usa, getta, compra…” non c’è bisogno, anche tra persone, di usarci e poi metterci da parte. Avevo letto da qualche parte che “le cose si usano, le persone si amano”! In effetti, senza amore è facile che la relazione tra due persone possa essere interessata. Anche le “cose”, però, possono divenire importanti. Per me i luoghi in cui sono vissuto e le cose che ho usato, sono carichi di significato, come le parole e le emozioni che grazie ad essi ho sperimentato, perché mi ricordano tutto quello che ho vissuto con le persone care.
“Rifletti: TUTTO CIÒ CHE ESISTE È FATTO DELLO STESSO MATERIALE: gli elementi chimici. Se nasce una stella o un pianeta o una montagna o una pianta o un animale o un uomo, essi sono fatti di elementi chimici, quelli che io ho partorito lungo i miliardi di anni e che sono ciò che perdurano nel disgregarsi della vita. Tutti fate parte dello stesso universo e quello che vi lega, prima di essere un sentimento o un pensiero manifesto in voi, è la stessa materia di cui siete fatti, è la stessa Fornace da cui provenite”.
Pensai che, quando vogliamo giustificare il nostro spirito di appartenenza a una famiglia, invochiamo lo stesso sangue, oggi si direbbe lo stesso DNA, e la stessa cultura per sentirci di appartenere a un popolo o ad una razza. Rendermi conto di avere costituzionalmente gli stessi elementi chimici con tutto ciò che esiste mi fece percepire l’unità dell’universo: stesso materiale e stesse leggi che lo regolano. Mi fece sentire uno dei tanti integranti di questa grande famiglia.
Con una gioia particolare mi ripetevo senza stancarmi: “Siamo tutti creature, figli di un unico universo, dentro il quale condividiamo la materia, l’energia, l’evoluzione”. Assieme al senso di unità mi pervase un senso di empatia e di benevolenza verso le altre esistenze; mi pervase un senso di equilibrio ed equità: una capanna o una cattedrale, una pietra o un brillante, una stella o un grano di sabbia, un fiore o un filo d’erba, una montagna o una valle, un animale o un umano avevamo tutti la stessa dignità! avevamo tutti lo stesso valore! Entrambi dati dall’unica Natura.
Mentre ero assorto in questi ragionamenti, camminai per tanto tempo, quasi volessi raggiungere in fretta la meta di quel nuovo modo di vedere le cose, quasi l’istinto mi suggerisse che dovevo fare molta strada, prima di capire veramente, prima che diventassero, in me, delle realtà tangibili.
2° Lezione
Il giorno dopo, non vidi l’ora di tornare sotto quell’albero che assieme alla sua ombra aveva donato emozioni e senso alla mia vita. Volevo semplicemente continuare ad assaporare la semplicità e la coerenza di quelle intuizioni, e così fu per un bel po’, mentre guardavo le api passare di fiore in fiore e le farfalle scegliere le loro soste.
“Osserva: OGNI COSA CHE VIVE SI NUTRE DI ALTRE COSE. Non solo le persone, gli animali, i vegetali, ma tutto ciò che è vivo a livello cellulare e anche più piccolo, finché vive si nutre. Non c’è vita senza mangiare gli altri! Ogni esistenza ha bisogno delle altre. Non si nasce senza gli altri, non si vive senza gli altri”.
Cercavo di sistemare queste affermazioni vicino a quella di “protezione” vista il giorno prima, pur riconoscendo che si applicava bene al modo di essere di chi vuol dominare. Ero un po’ scosso, anche se mi rendevo conto che, se gli altri fossero solo prede da mangiare, da sfruttare, da usare, tutto il grandioso lavoro della natura sarebbe servito a creare i presupposti per la nascita di un super eroe, dittatore, padrone capace solo di vantarsi di se stesso e di avere tutto e tutti al suo servizio.
Mentre analizzavo le cose che conoscevo, mi rendevo conto che è vero che il predatore, forte, grande o astuto, mangia la sua preda, spesso più debole, piccola o ingenua, ma è pur vero che i grandi dinosauri sono spariti e le piccole formiche e gli insetti sono sopravvissuti. E’ anche vero che il grande è costituito da ciò che è piccolo e il visibile da ciò che è invisibile e che i minuscoli microbi e batteri, instaurando una malattia, possono distruggere un gigante pieno di vita. E’ vero che il potente domina e schiaccia il debole, lo schiavizza o lo elimina, ma è pur vero che l’unione è la forza dei deboli (come tanti granelli di sabbia che, unitesi in tempesta del deserto, sono capaci di seppellire un cammello), mentre la divisione è il punto debole dei forti. Anzi, l’unione non può appartenere a chi, volendo essere, unico e privilegiato, esclude la presenza degli altri come risultato da condividere. Egli ha bisogno di sudditi, di vassalli, di soldati, di pedine, non di soci, di pari, di amici, di consorti. L’eguaglianza, invece, e il sentire basilare di chi si riconosce “creatura”, né superiore né inferiore agli altri, diversa dagli altri a tal punto che ha bisogno degli altri come gli altri hanno bisogno di lei.
Il mangiarsi reciproco, che indubbiamente è tanto crudo quanto reale, nel suo “la tua morte è la mia vita” può essere letto non semplicisticamente, nel senso di dominare o eliminare l’altro, come in un duello con un solo vincitore, ma piuttosto nel senso che abbiamo bisogno gli uni degli altri, non solo per compagnia o come un accessorio, ma profondamente e radicalmente, quasi un mistero costituzionale si celasse dietro di esso.
Sentivo che dovevo capire altre cose, prima di aver chiara la logica di questo “mangiarsi”, sentivo soprattutto la necessità di vivere coerentemente con ciò che stavo capendo. Era come vedere il mare per la prima volta e piuttosto che continuare ad ammirarlo, provare a toccarlo. Quando fui nella mia stanza ebbi il desiderio di scrivere la mia gratitudine alla Natura, quasi fosse una preghiera:
“ Tu sei la fame ed il cibo, la sete e l’acqua, gli occhi e la visione, i piedi e il viaggiare, il desiderio e la meta. E noi, tutti noi, fatti da te e intrisi della tua natura, siamo affamati in cerca di cibo, di affetto, di felicità; siamo assetati di acqua, di sapere, di significato; siamo viventi in cerca di protezione e di certezze. Tu sei in continuo movimento, passando di fame in fame, di sete in sete, di visione in visione, di comprensione in comprensione, formando, trasformando e perfezionando, cercando il significato di tanto miracoloso procedere.
Quando noi umani siamo imbroglioni, approfittatori, assassini, prepotenti, siamo molto diversi da come tu sei e da come tu ci tratti. Ci hai dato tante cose, e fra tutte la coscienza, per poter capire gli altri e i diversi, per poter capire te, e in te trovare il senso del nostro cammino. Essere come te, significa saper agire in silenzio; significa essere sempre all’opera per dar da mangiare a chi ha fame, per dar da bere a chi ha sete, per scaldare chi ha freddo, per dare un tetto a chi non ce l’ha, per proteggere chi è in pericolo, per promuovere la vita, per apprezzare il singolo, per dare nuove possibilità, per mantenere le promesse, per regalare soddisfazioni”.
1° Lezione
Seduto per terra, ai piedi di un grosso albero che mi offriva la frescura della sua ombra, ero assorto nei miei pensieri che vagavano nei ricordi dell’infanzia. Gli uccelli cinguettavano giocando a rincorrersi, i moscerini danzavano leggeri, messi in evidenza dai raggi del sole, le formiche, una dietro l’altra, erano intente a cercar qualcosa… Ero in mezzo alla Natura, ed essa sembrava ristorare tutti i miei sensi con i suoi odori, i suoni, i colori, le forme delle varie creature; infine sembrò che lei stessa, in-trufolandosi dolcemente nei miei pensieri, cominciasse a parlare:
“Osserva: OGNI COSA NASCE PICCOLA, FRAGILE, INDIFESA. Tutto ciò che ha vita nasce piccolo, debole e indifeso. Anch’io, nei primi istanti di vita, ero così piccola da stare nella mano di un bambino, mentre oggi mi espando ad una velocità che per te è inimmaginabile e che sempre aumenta. Persona, animale, pianta, nessuna diventerebbe adulta se chi, essendo già grande e più forte se ne approfittasse per distruggerla, o se qualcuno non si prendesse cura di lei per proteggerla. Senza l’aiuto, la protezione e l’esperienza degli adulti è pressoché impossibile che un essere vivente giunga all’età adulta”.
Era primavera e, alzandomi, non mi fu difficile constatare la tenerezza e la fragilità dei nuovi germogli in molti alberi. Li guardavo con la stessa meraviglia di chi guarda un bambino di pochi giorni e allo stesso tempo con la coscienza di sapere quanto fosse facile staccarli, schiacciarli e distruggerli. In quel momento capii che, non proteggere il piccolo, così piccolo da essere debole e indifeso, è rinnegare le proprie origini, è contraddire la vita come sin qui si è trasmessa ed evoluta, è come aver vergogna dei propri genitori e dell’umile casa dove si è nati.
Il pensiero andò a tutti quei deboli e indifesi “adulti” che lungo la storia umana sono stati disprezzati, derisi, ignorati, rifiutati, sfruttati, oppressi da chi era più forte, più potente, più sano, più ricco, più fortunato. Ho pensato ai dittatori, ai padri e ai mariti padroni, ai violenti d’ogni ceto e cultura, agli scaltri e imbroglioni che sono giunti all’età adulta perché, quando erano piccoli e deboli, nessuno ha inveito su di loro a tal punto da eliminarli dalla faccia della terra. Il loro comportamento contraddice le loro origini! Usano la forza, eppure sono nati deboli. Si vantano del potere che hanno di sterminare gli altri, eppure anche la loro vita è stata nelle mani degli altri.
E’ contraddittorio proclamare la forza quando si è nati deboli, vantarsi della potenza quando si è nati fragili; soprattutto noi, umani, che abbiamo avuto bisogno vari anni prima di sentirci in grado di essere autonomi. E’ rinnegare come si è nati! E’ rinnegare come si è cresciuti! Tornai a sedermi, assorto, e mi sembrò che a farmi ombra, stavolta, era una strana tristezza.
Alla memoria si fecero presenti scene viste o udite: di ragazzi, che sceglievano ciò che li faceva vincere, di adolescenti che deridevano un portatore di handicap, di imbroglioni che raggiravano anziani, di usurai che spolpavano chi si trovava in necessità, di sciacalli che invece di cercare i superstiti in un terremoto o in un disastro, cercavano ciò che potevano portar via per sé.
Alla memoria si fecero presenti altre scene: di operai mal pagati perché privi di alternative, di ragazze povere costrette a prostituirsi, di bambini obbligati a lavorare o a fare la guerra, di servi e schiavi trattati peggio di cani rabbiosi, di donne umiliate e violentate, di tanta gente da tenere a distanza perché considerata di razza inferiore o di cultura non gradita. Il tempo trascorse e non so dire quanto ne passò, assorto nella triste constatazione che ogni tipo di debolezza: del piccolo o dell’anziano, del malato o del povero, del debole o dell’indifeso fosse una occasione per approfittarsene degli altri.
Quando riascoltai i miei pensieri, presi coscienza che mi ero assopito. Quel risveglio, però, mi ripropose la stessa lezione: Anche nel sonno, infatti, noi siamo impotenti. Una debolezza vissuta, per esigenza, ogni notte, quasi la natura volesse ricordarci che l’essere indifesi fa parte di noi proprio quando abbiamo bisogno di riposarci, di ritemprarci, di staccare la spina; e noi, addormentandoci, proclamiamo la nostra debolezza, affidando la nostra vita a chi, attorno a noi, rimane sveglio e riposato.
Mentre tornavo a casa, ero pervaso dalla condizione di tutto ciò che esiste: creature costantemente bisognose di aria, acqua, alimento, ambiente favorevole. Pensavo che rifiutare, ai piccoli e ai deboli, la protezione, l’aiuto, la comprensione e la condivisione… è come togliere l’aria a chi, per continuare a vivere, deve respirare. Mi resi conto che dare a chi non ha dovrebbe essere una azione spontanea come il respirare.
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08/09/2010 @ 3.06.31
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