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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.

Tutti siamo desiderosi di essere felici e di goderci la vita, ma sono pochi quelli che veramente giungono a realizzare questo desiderio, non per sfortuna né per mancanza di occasioni, ma perché si è distratti o avidi.
Distratto è chi non si rende conto di quello che ha ogni istante, per esempio che può respirare, godendo dell’aria che gli permette di vivere, e di sentirla, fresca e benefica quando, come venticello, lo accarezza nelle giornate calde.
Distratto è chi, svegliandosi al mattino, insonnolito, non gode di essere vivo e del fatto che il suo corpo funzioni, permettendogli di liberarsi dei suoi rifiuti. Non gode del fatto che i suoi occhi vedano, che le sue orecchie sentano, che il suo cervello capisca, che i suoi arti si muovano…
Distratto è chi si è abituato a tutto quello che ha e non lo apprezza più, pur sapendo che se venisse a perdere una sola cosa, la sua vita cambierebbe, poiché la salute non si compra.
Distratto è chi non gode della pioggia, del sole, del vento, del mare, della montagna, lamentandosi piuttosto che riconoscerne il valore.
Avido è chi non ha tempo di fermarsi a gustare quello che ha, perché, nel momento presente, vive, pensa e desidera quello che ancora non ha. Egli pensa ad accumulare, a collezionare, a ingrandire. Non vive e non gode.
Avido è chi non vede aldilà del proprio naso e della propria comodità, e mentre usa, sfrutta e spolpa i beni di questo mondo, lascia dietro di se scarti e spazzatura per gli altri e per i posteri.
Poi c’è la pubblicità, che mostra la felicità concretarsi nell’uso di un cellulare, nel mangiare un tipo di pasta, nel mettersi un profumo, nel vestirsi con un capo firmato, nel godersi la natura in un luogo particolare…
Poi c’è il piacere vietato ai minori di 18 anni, fatto di lenti spogliarelli, di noiose carezze e di amplessi interminabili.
Godersi la vita significa viverla, senza distrazioni, senza avidità, senza inganno, senza esagerazione. Poiché non ci si disseta, annegandosi, ne ci si scalda, bruciandosi.

Sono andato al matrimonio di un’amica, una bellissima cerimonia, la chiesa capiente e raccolta, il celebrante con voce chiara ai microfoni che funzionavano perfettamente. Una bella omelia non difficile su Dio Amore. Eppure avevo la sensazione che quelle parole vere e profonde non entravano nel cuore e non fossero capaci né di rivelare né di interpellare.
Sentivo che mancava l’aggancio alla vita di quei giovani che si accingevano a sposarsi. Mi chiedevo, basta dire che Dio è padre, per rivelare qualcosa di positivo? Ma se chi ho davanti, per esempio, avesse un’esperienza negativa di paternità, sentendo la parola “padre”, non può far altro che rifarsi alla sua esperienza. E’ vero che le parole hanno un significato, ma esso sarà di difficile comprensione senza un riferimento alla vita e all’esperienza personale.
Tornando al matrimonio, ci sono due giovani che hanno deciso di sposarsi perché si amano. Ecco l’aggancio: il loro stesso amore. “Cari giovani, voi non sareste qui oggi se Dio non fosse Amore, non sareste qui semplicemente perché non avreste avuto la capacità di amarvi. Invece voi siete la dimostrazione vivente che l’amore esiste, e voi lo sapete, perché lo avete sentito nelle vostre viscere.
Avete sperimentato l’amore per l’altro, la felicità con l’altro a tal punto che avete deciso che sia sempre così. La buona notizia che vi do è che l’amore in voi ha potuto nascere, perché Dio ha inventato l’amore, perché DIO E’ AMORE.
Se Dio fosse stato un padre padrone, un essere violento o menefreghista, non sarebbe esistito l’amore, e voi, ripeto, non sareste qui. L’amore che è in voi è la strada per giungere a Lui. L’amore che c’e tra voi è il libro che vi rivelerà la Trinità. L’amore, che Dio ha inventato, è già all’opera in voi, sappiate riflettere su questo dono che avete ricevuto”.
Non voglio fare la predica. Ho voluto solo dare l’aggancio con la vita reale, illuminare questa, partire da questa, far scoprire come Dio è già presente ed è già all’opera, prima di chiarire come Egli vuole invitarci ad imitarlo.
Chino sulla tua culla ti guardo mentre dormi, bambino mio, beato e mai sazio di guardarti, mi sento avvolto nella pace che da te e dal tuo volto sereno si diffonde intorno.
Dormi tranquillo e ignaro di tante cose, abbandonato al volere della vita e di coloro che la vita ti hanno dato. Adesso sei così piccolo e indifeso come lo sono stato io un tempo, e guardandoti mi assale l’emozione di vedere me in te di pochi giorni.
Sei così piccolo, ma sai già sorridere, dicono che è perché vedi gli angeli. Se ridi è perché sei contento, e la tua gioia è anche la mia.
Da dove vieni, figlio mio? Dalle viscere più profonde di noi tuoi genitori. Vieni da un “sonno” profondo che con sapienza ti ha modellato e formato.
Vieni da un sonno misterioso che ti ha introdotto in questo modo di essere che sei tu, pieno di vita nuova. Ignaro tu, ignari noi pure, ma sveglia e precisa la vita che fin qui ti ha condotto e continua a condurti lungo il suo cammino… mentre tu dormi.
Un giorno, figlio mio, sarai tu a starmi vicino, mentre io, dormendo, mi abbandonerò ad un altro sonno misterioso. In quei momenti sarai tu a porti delle domande, guardandomi in balia di un destino che chiamiamo morte.
Quel sonno che ogni notte chiude i miei occhi, come li custodiva chiusi all’inizio della mia avventura nell’esistenza, tornerà a chiuderli per un’altra grande avventura… Mi farò avvolgere da quel sonno, abbandonandomi a lui come al letto di ogni sera, come all’amico più fedele, alla madre più amorosa, al Mistero più Buono.
Non ho motivi per chiamare morte una realtà sconosciuta che in quest’avventura mi ha dato tantissime cose. Nel sonno noi siamo inattivi, silenziosi, impotenti. Che motivi ho per non credere una seconda volta nella vita, se essa, senza chiedermi nulla, la prima volta mi si è data tutta e mi ha dato tutto?
Ignaro ma tranquillo, impotente ma fiducioso mi abbandonerò al volere della VITA.

C’era una volta, nel cielo azzurro, una Nube bianca, le piaceva viaggiare intorno al mondo, correndo, danzando e formando disegni con i suoi movimenti. In primavera era incinta di molte gocce d’acqua, ma continuò il suo cammino intorno alla terra, poiché le piaceva guardare i paesaggi che mutavano da un luogo all’altro. Ogni tanto le gocce più mature lasciavano il suo ventre e si lasciavano cadere; fu così per tutte loro, cadendo in diversi luoghi della terra, prima che la Nube sparisse nel cielo infinito che l’aveva vista nascere.
Questa è la storia di alcune Gocce d’acqua di questa nube viaggiatrice; cadute sulla terra, impararono da essa tante cose, con i suoi prati, alberi, fiori, farfalle, uccelli e quel fango che ricorda a tutti la loro parentela creaturale.
Nella campagna avevano visto le instancabili formiche lavorare per vivere, e gli uccelli fare il loro nido e nutrire i loro piccoli. La vita dura della campagna rende più solidali i suoi abitanti, poiché ogni presenza e ogni angolo sono carichi di sentimento.
Avevano visto il timido nascere del sole e il suo rosso tramonto; la sera, quando si alzava la luna, la natura indossava un misterioso vestito, giocando a far loro paura con i suoi misteriosi rumori. La notte spegneva la terra e accendeva il cielo di stelle, invitando tutti a guardare verso l’alto ed ammirare la sua immensità.
Dalla natura avevano ricevuto il dono dei molteplici fiori, il sapore dei diversi frutti, l’ombra delle foglie e il fischio del vento. Avevano respirato l’odore della terra bagnata che si alzava come un canto di lode della moltitudine silenziosa delle cose insignificanti.
Le Goccioline erano cresciute lontane l’una dall’altra; ogni tanto sognavano il cielo azzurro, l’aria libera e altre Goccioline che, come loro, dovevano esistere da qualche parte, ma dopo, risvegliate dalla realtà che le circondava, vivevano come tutti, i cui orizzonti non andavano aldilà di quello che si vedeva. Guardavano tutto quello che la natura offriva: le molte e diverse forme di vita, piene di desideri, come loro; sperimentando entusiasmi e delusioni. Gli anni passavano… alcune Goccioline stavano più a loro agio insieme, si sentivano amiche e trascorrevano il tempo raccontandosi la loro vita.
 Un giorno incontrarono un’altra Gocciolina che portava con sé il ricordo del cielo, del sole, del vento, di tante cose che aveva visto insieme con sua madre: la Nube. Mentre lei parlava, il suo trasparente contenuto rifletteva l’azzurro del cielo, il verde dei prati, il canto degli uccelli, la luce del giorno, il sorriso di chi è felice, la serenità di chi sa che la vita è un dono, la pazienza di chi ha imparato a sperare, la fiducia di chi crede nell’amore, l’ardore di chi vuole realizzare i suoi sogni.
Diceva: “Il mio vero nome è “creatura”, perché sono nato da altri. Non mi vanto di quello che sono, poiché l’ho ricevuto, ed anche tutto quello che so e so fare l’ho imparato da altri. Io sono un regalo, poiché non ho chiesto né meritato né pagato nulla per esistere. Il primo regalo che ho ricevuto è la mia persona, unica e irripetibile, perciò io sono il regalo della Vita a me stesso.
Un regalo che ogni giorno mi sorprende e sembra che non finisca mai di conoscere, perché cresce e si modifica con me, mostrandomi aspetti nuovi del mio modo di essere e dei miei desideri. Un regalo che ha tesori nascosti nelle viscere dei miei geni, del mio carattere e della mia anima, e che pian piano scopro ogni volta che ho il coraggio di cercare e di vivere la solitudine, il silenzio, il vuoto, di superare la noia di un’apparenza squallida e la paura di immergermi nelle profondità del mio essere. ... Continua a leggere...

Spesso ci rendiamo conto che la pensiamo diversamente da come ci vogliono far credere, sentiamo che la vita può e deve essere vissuta diversamente, sia nel privato che nel sociale, sia politicamente che religiosamente. Siamo circondati e sommersi da falsità e ipocrisia, dalla preoccupazione di apparire e di fare bella figura, e mentre siamo tentati di seguire la corrente, aneliamo alle cose vere e genuine in tutti gli aspetti, materiali e spirituali, della nostra vita.
Nelle piazze, dai pulpiti, alla televisione e dalle radio, persino dalle discussioni tra amici, assistiamo a un gran commercio di PAROLE. Ognuno vende e propone qualcosa di cui va convinto, ma ci accorgiamo che, spesso, si tratta solo di parole, di teatro o di spettacolo.
QUESTO BLOG VUOLE GUARDARE ALL’ESSENZIALE, senza lasciarsi ingannare dalle apparenze, dagli interessi di parte, dai gusti e dalle preferenze, siano esse politiche o religiose.
QUESTO BLOG E’ LA DESRIZIONE DI UN MODO DI ESSERE, DI VIVERE E DI SENTIRE LE COSE, ( lo trovi, in sintesi, negli articoli: LE INTUIZIONI PER UN MODO DI ESSERE ; UNO STILE DI VITA ; DALL'IMMAGINE ALLA REALTA' ; Domande a Franco Paparone . ), è un mettersi in mostra con la curiosità di sapere quanti siamo che la pensiamo allo stesso modo e quanti abbiamo lo stesso sentire.
Tu che sosti fra queste pagine, sei invitato a dire la tua esperienza, affinché, anche per noi che stiamo davanti a un computer, valga il consiglio di non perderci in CHIACCHIERE.
  
“Chi non ci passa non ci crede”, è l’espressione che si trova a dire chi, accudendo per mesi o per anni un ammalato, un anziano, un invalido o portatore di handicap, e specialmente persone che non possono essere lasciate sole neppure un’ora, sentono che la loro situazione è difficilmente compresa.
Non basta neppure essere sensibili e vicini, occorre proprio passarci per capire quanto eroismo ci vuole per prendere su di sé, con dignità e amore, ogni giorno e spesso ogni ora del giorno, la responsabilità di portare avanti l’impegno di accudirli, nonostante lo stillicidio dei lamenti di chi soffre.
Una medaglia se la meritano, e proprio AL VALORE. Non tutti lo farebbero. Non tutti resisterebbero. Non tutti avrebbero la paziente passione che, appunto, merita di essere riconosciuta.

Voglio esservi grato per quello che fate, anche se nessuna di voi leggerà questa riconoscenza. Il vostro è SERVIZIO puro, non solo perché chi vi guarda dal di fuori non ha idea del vostro sacrificio, ma anche perché spesso, dalle persone che accudite, ricevete più critiche e lamentele che elogi e comprensione.
Nessuno vi può capire veramente, e io vi definisco VERE MAMME, custodi e difensori della vita, anche quando questa non ha nulla di attraente.
NOI E LA NATURA ( ispirato dalle poesie di Tagore)

Le grandi stelle non hanno paura di sembrare lucciole, mentre noi, piccole creature, abbiamo smania di grandezza, di fama, di potere… Viviamo aspirando alla ricchezza, per poterci vestire all’ultima moda e con i capi più preziosi, dimenticando che il vestito più bello è il nostro corpo.
Invece di restare estasiati per il dono della vista, ci vantiamo degli occhiali che indossiamo. Ci vantiamo dei nostri idoli: cantanti, artisti, campioni di uno sport, politici, uomini d’affari, benefattori e uomini pieni di qualità… eppure il tempo trasforma gli idoli in polvere e questa creatura, la polvere, si rivela più importante degli idoli.
Viviamo aspirando a un posto rilevante, a far carriera, a diventare qualcuno, a decidere noi la vita sociale, politica ed economica… mentre ridono di chi brama il potere le foglie appassite che cadono dall’albero. ... Continua a leggere...

Il regalo più grande che Dio possa fare alle creature è quello di far capire qualcosa di se stesso e di quello che sente per noi. Nella storia degli uomini e delle singole esistenze, raramente egli fa questo tramite rivelazioni, estasi, sogni… A coloro che ritiene amici fidati, fa vivere loro, l’uno o l’altro aspetto di quello che Egli vive nei nostri riguardi.
Ad Abramo Egli fece fare l’esperienza di essere padre di un unico figlio: Isacco, e di trovare in lui tutta la sua gioia e la sua ragion d’essere. Fece fare l’esperienza tremenda di cosa significhi sacrificare questo figlio che amava molto: Mentre camminavano insieme l’uno accanto all’altro Isacco disse: “Padre, abbiamo il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello per il sacrificio?”. Quale forza, quale amore, quale fiducia nell’Amico, può reggere di fronte al dramma di dover sacrificare, Abramo stesso, il padre amato, quel figlio obbediente e innocente, verso il quale avrebbe dato la vita. “Ci penserà Dio stesso, figlio mio!”, è l’unica frase che esce da quel cuore pieno di amore, certamente, pieno di fede, certamente, ma anche pieno di dolore; un dolore vissuto senza isterismo, senza ribellione, ma con la dignità di chi, padre, crede nella Paternità, amico, crede nell’Amicizia, giusto, crede nel Giustizia. Non resterà deluso Abramo, perché il suo amato figlio non morirà. ( Ma Dio vedrà morire il proprio Figlio senza che nessuno lo aiuti ).
A Giuseppe, figlio di Giacobbe, Dio fece fare l’esperienza di essere odiato dai suoi fratelli, sol perché suo padre lo prediligeva; l’esperienza di essere rinchiuso in una cisterna nel deserto e di essere poi venduto per 20 pezzi d’argento ad una carovana che si recava in Egitto. Ma il tradito e venduto diventerà il salvatore dei fratelli, quando costoro non avranno più nulla da mangiare dopo una lunga carestia. Giuseppe ha sperimentato l’invidia, l’incomprensione, il tradimento, ma anche la gioia di poter salvare i fratelli, così come li ha vissuti Gesù. ... Continua a leggere...
E’ difficile proclamare la verità in faccia, anche se è un familiare o un amico, anche se le intenzioni sono limpide e prive di interessi, anche se si ha a cuore il bene dell’altro e si vuole evitare che sbagli. Succede che l’interessato si irrita, si offende, si arrabbia… mentre tu rischi che non ti parli più, o peggio, che te la faccia pagare.
E’ più facile essere diplomatici e chiudere un occhio con tutti; è più comodo non farsi nemici o fare gli indifferenti; è meno rischioso non richiamare nessuno ai suoi doveri; molto meglio non parlar male di nessuno e soprattutto non rinfacciare l’ingiustizia che egli sta compiendo.
Sono pochi quelli che cercano la verità, senza usare due pesi e due misure: giornalisti, magistrati, missionari, sconosciuti…. quando la gridano ai quattro venti finiscono presto i loro giorni, vittime e martiri dei complotti di coloro che non vogliono che si sappia chi essi sono e cosa fanno.
Non è facile essere coerenti; non è facile rischiare la vita, anche se si amano le cose vere e si disprezza il male. E’ più facile starsene comodi e non disturbare nessuno, a meno che l’ingiustizia ferisca noi e ci opprima. Ma il mettere in luce la falsità, l’imbroglio, lo sfruttamento, e tutto ciò che attenta alla vita, se è un dovere di tutti, é compito principale è dovere essenziale di chi ha cariche pubbliche, di chi è a Capo di una comunità, di chi è Maestro o Padre spirituale.
Non c’è altro modo di difendere i deboli, all’infuori del disarmare i fautori di ingiustizie: portandoli alla luce del giorno e non coprendoli o nascondendoli con il silenzio.
Giovanni Battista e Gesù avevano due modi diversi di proclamare la verità, ma giudicavano le persone per quello che facevano e chiamavano ogni cosa con il suo nome: la loro missione non durò più di tre anni.

Maria è presente ai piedi della croce, bevendo un calice amaro assieme al Figlio; amaro, non solo per il dolore immenso di Madre che lo vede torturato ed ucciso, ma perché vive doppiamente e infinitamente il tradimento, il fallimento, la tortura, la povertà, l’impotenza, l’incomprensione, il buio cosmico e il buio della fede in Dio.
Doppiamente, perché vive nello stesso momento il suo dramma e quello del Figlio. Infinitamente, perché vive l’impotenza del Figlio e quella del Padre assieme alla sua. L’ora di Gesù è stata anche la sua ora.
Chi misurerà il dolore di una madre che ha il figlio morto assassinato tra le braccia? Chi misurerà il dolore di una credente che ha il Figlio di Dio morto fra le braccia?
Questo misterioso avvenimento fece vivere a Maria tutto il dolore di Dio Padre. Maria ha vissuto nella carne e nell’anima l’Amore che ha Redento il mondo: L’amore del Padre che tanto amò il mondo da sacrificare il proprio Figlio. L’amore del Figlio che tanto amò il Padre e il mondo da morire crocifisso. ... Continua a leggere...
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08/09/2010 @ 3.11.40
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